Sulle strade di Manrique – Appunti di viaggio

Nord di Lanzarote, 10 gennaio 2023

Il Jardín de Cactus

Non conoscevo César Manrique. Il suo nome, letto per la prima volta sulla facciata dell’aeroporto di Arrecife, mi porta a chiedermi se si tratti di un eroe locale, come il Daskaloghiannis a cui è intitolato l’aerodromio di Chanià. La guida che ho comprato prima del viaggio mi informa che trattasi di un artista che ha molto lottato per preservare il territorio di Lanzarote dalla speculazione edilizia negli anni della scoperta turistica delle Canarie e mi illudo che il mio incontro con lui si concluderà lì. Ancora non so che mi troverò a inseguirne le tracce sulle strade polverose che costeggiano l’oceano, tra i paesini bianchi che salgono verso le montagne, nel nero del basalto. Quando lo ritrovo, due giorni più tardi, in una visita mattutina al Jardín de Cactus, è come se improvvisamente riuscissi a comprendere quello che avevo letto sui suoi tentativi di realizzare un’architettura che si armonizzasse con la natura e con le caratteristiche di Lanzarote. In quel giardino, sembra esserci tutta l’isola, con il bianco dell’intonaco del mulino che, in alto, guarda verso l’oceano, con il nero della pietra vulcanica che circonda l’opera, nei cactus che, pur provenendo da varie parti del mondo, ricordano quelli che si possono vedere in vari angoli dell’isola, a certe svolte di strada. La natura e le tradizioni costruttive di Lanzarote entrano nell’architettura del luogo senza sforzo, si fondono e alla fine sembra impossibile distinguere cosa, di ciò che vedo, dipenda dall’accurato lavoro di progettazione di Manrique e cosa invece dallo spontaneo crescere delle piante, dal loro strutturarsi in forme particolari e suggestive, dalla loro autonomia anarchica che dipende dalla ricerca del sole, dalla disponibilità di nutrienti nella terra rossa e da chissà cos’altro. Il confine tra l’umano e il naturale non è nettamente segnato, a differenza di altre opere costruite in dialogo con l’ambiente circostante come la casa sulla cascata di Wright; qui chi osserva a tratti si dimentica della mano dell’architetto che ha consentito di ammirare tutto questo e rimane a guardare l’intrecciarsi delle sagome dei cactus, a ricercarne i fiori, a contemplarne la grandezza.

Rimango folgorato – sarà che quest’anno, occupandomi di emozioni ambientali, ho affrontato molto spesso la sparizione della natura dalle città contemporanee e la necessità di trovare un equilibrio tra uomo e natura, sarà che ieri, con la mia compagna di viaggio, davanti alla playa de Papagayo, parlavamo della pace che dà immergersi nei paesaggi non antropizzati, nella serenità che emerge dal tornare entro un panorama di terra, roccia, alberi e vento, abbandonando gli sbarramenti anonimi di cemento che popolano la quotidianità cittadina. Decido dunque, seguendo la strada del nord che attraversa Arrieta, di cercare altre tracce del passaggio di Manrique sull’isola, di osservare altri tentativi di mescolare la natura alla presenza umana senza farle scontrare, senza far prevalere l’uomo sui luoghi che lo accolgono.

L’interno della grotta dei Jameos del Agua

La strada del nord, dopo una sosta ad Arrieta, mi conduce ai Jameos del Agua. Qui, tutto sembra costruito per valorizzare un altro elemento locale, quelle grotte vulcaniche che poco dopo, poco distante da qui, vedrò alla Cueva de los Verdes. Entrando, la luce piano piano si attenua mentre le piante presenti sui terrazzamenti scavati nel costone di roccia scosceso che bisogna percorrere per accedere alla grotta ricordano certi templi e piramidi asiatici o americani ricoperti dalla vegetazione, da me visti soltanto nei film d’azione o di avventura. Per un attimo mi sembra di essere in una pellicola di Indiana Jones, poi, avvicinandomi allo specchio d’acqua contenuto nella cavità vulcanica celata in fondo alla discesa, trovo più interessante approfondire l’esistenza dei piccoli granchi bianchi che, da quello che leggo, sono tipici di questo luogo. Sono albini e ciechi, scrive la guida; le loro dimensioni sono così ridotte che sulle prime li scambio per semplici macchie bianche sulle rocce immerse nell’acqua e solo ad un’analisi più approfondita mi accorgo dei loro movimenti. Uscendo dalla grotta, si apre davanti agli occhi un luogo che sembra voler riassumere, dopo lo spazio dato alla natura, quello che l’uomo ha costruito a Lanzarote e dunque l’intonaco bianco predomina, le scale che salgono conducono a case sormontate da tetti piani o da ampie terrazze come quelle visibili in varie parti dell’isola, mentre quelle che scendono portano a un bar bianchissimo con le sedute in pietra lavica e a un auditorium che sprofonda nella roccia basaltica. Anche nel luogo che maggiormente sembra rappresentare la tradizione costruttiva del luogo, comunque, gli elementi naturali non vengono dimenticati e la palma e lo specchio d’acqua al centro dell’ampio spiazzo da cui si dipartono le scale sembrano richiamare quanto visto entrando nella grotta e attraversandola: il lago naturale, i terrazzamenti pieni di piante. Tutto ha il calore di un villaggio oceanico nel tardo pomeriggio, il bianco fornisce al luogo una solarità che raramente ho trovato altrove.

La parte esterna dei Jameos del Agua

Rientrando verso casa, a sera, mi fermo alla Fondazione César Manrique, che poi è la casa, nei pressi di Arrecife, in cui l’artista visse per molti anni e che ora contiene alcuni suoi quadri e opere, oltre a varie foto e documenti sulla sua vita. Fuori, una scultura si muove seguendo il forte vento dell’isola; Manrique ne ha costruite varie, collocate in molte zone di Lanzarote, la loro configurazione e il modo in cui appaiono al viaggiatore vengono modellati dall’intensità e dalla direzione del vento e dunque, ancora, come al Jardín de Cactus, l’artista lascia la natura libera di apportare dei cambiamenti alla propria opera seguendo le proprie imprevedibili regole. I documenti e le foto presenti nella Fondazione mostrano un luogo per certi versi simile a una comune, in cui le persone si fermavano per tempi più o meno lunghi e in cui ci si sforzava di evidenziare una differenza rispetto allo scorrere dell’esistenza al di fuori di quelle mura protette dalla notorietà dell’artista. Ascoltando le interviste proiettate alle pareti, in cui chi frequentava questo luogo ne sottolineava la libertà, associata al rischio di potersi trovare da un momento all’altro vestiti con un indumento stravagante creato da Manrique, e guardando le date sulle pagine dei giornali appesi alle pareti, mi viene da pensare che in fondo tale bisogno di anarchia privata fosse necessario, in un periodo in cui il grigiore oppressivo degli ultimi anni di Franco trascolorava in una transizione dove la democrazia era ancora un’istituzione fragile, come evidenziò nel 1981 il tentativo di golpe di Tejero. Eppure, questa dimensione di libertà individuale non era priva di contatti con l’esterno, a differenza di quanto sarebbe avvenuto poi per molti negli anni Ottanta, in cui all’edonismo corrispose un sostanziale disinteresse per le questioni politiche e relative alla comunità; infatti, quello che si può osservare nelle stanze della fondazione è una applicazione del motto surrealista coniato da Breton trasformare il mondo, cambiare la vita, ossia unire alla ricerca della liberazione dei desideri individuali la lotta collettiva per la trasformazione dell’esistente. E di quest’ultimo aspetto si trova traccia ovunque, qui, dove ogni segmento del percorso espositivo ricorda l’impegno di Manrique in favore di una conservazione delle specificità dell’isola: ci sono interviste contro la speculazione edilizia a Lanzarote, ci sono appelli per preservare la natura e le caratteristiche del luogo, ci sono le modalità costruttive stesse di questa casa, le finestre sotto le quali sono presenti le stesse rocce che possono essere osservate all’esterno, le stanze realizzate intorno a piante che si innalzano fino a fuoriuscire da aperture sul soffitto, il bianco dell’intonaco esterno e il nero del basalto all’interno, come a voler ribadire a un mondo ormai lanciato verso la cementificazione anonima una strada per un’architettura immersa nella natura e nelle tradizioni locali. Il senso di serenità che si respira nelle strutture che Manrique ha realizzato, la meraviglia che ne emerge, sicuramente lasciano delle tracce emotive, che fanno comprendere ancor più delle valutazioni razionali il valore e il significato delle sue posizioni. Ed è forse per questo, per questi momenti di immersione in questi luoghi sospesi tra la mano dell’uomo e le stratificazioni del terreno e delle piante di Lanzarote, che so, tornando in albergo, che porterò con me a lungo il ricordo di questo piccolo tentativo di rivolta perso al largo dell’oceano.

Un dettaglio dalla Fondazione Manrique
Altre immagini della Fondazione Manrique
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Il fuoco incandescente del vulcano. Voci dal Timanfaya – Appunti di viaggio

Parco nazionale di Timanfaya e Cueva de los Verdes, 9-10 gennaio 2023

Il parco nazionale di Timanfaya

Vicino al vulcano, la terra ribolle. Quando arrivi nel parco nazionale di Timanfaya, ti mettono in mano dei sassolini caldi per farti avvertire la temperatura elevata del suolo, quindi ti fanno salire su un autobus che si inerpica per un paesaggio lavico privo di vita, in cui solo alcuni ciuffi d’erba riescono a emergere dalla distesa di roccia lasciata dall’eruzione del Settecento. I crateri e la terra scura mi fanno venire in mente certe ricostruzioni di Marte viste nei documentari; solo l’oceano, intravisto in lontananza oltre la distesa di lava rappresa, crea un contatto tra il paesaggio quasi extraterrestre che mi circonda e il ricordo della quotidianità di un’esistenza forse non molto diversa dalla mia, quella degli abitanti dell’isola che vivevano qui e che si trovarono a dover fuggire quando, prima delle eruzioni, la terra iniziò a tremare. Mi chiedo come debba essere vivere sotto un vulcano, se porti con sé un senso di precarietà oppure se alla fine con il tempo te ne scordi, quasi non percepisci più il rischio che la terra possa esplodere liberando acqua bollente e lava e i crateri divengono un elemento del paesaggio, niente più che un dettaglio alle spalle del mare.

Eppure, da trecento anni nessun animale vive più qui – troppa, dice la guida, l’escursione termica tra il giorno e la notte – non i dromedari con cui vengono intrattenuti i turisti nei pressi dell’ingresso del parco nazionale, non certo l’uomo, che sembra accedere a queste aree come uno spettatore timoroso di una natura che, qui più che altrove, sembra affermare la sua forza. Non a caso mi torna in mente Leopardi. Cerco disperatamente un legame tra ciò che vedo e le parole della Ginestra, cerco traccia del fiore che profuma i deserti, che sfida la possibilità di essere spazzato via dal vulcano in pochi secondi per portare qualcosa a chi passa, come la poesia che riesce ad addolcire le asperità della vita. Tuttavia, la vegetazione qui è costituita da rare chiazze di muschio, da ancor più isolate zone erbose e di fiori non ce n’è traccia. Dunque, il riferimento che percepisco è piuttosto al Dialogo della natura e di un islandese, alla drammatica indifferenza della Natura che può distruggere la vita (e addirittura l’umanità) senza accorgersene, semplicemente perché così accade nel concatenarsi degli eventi. E in effetti il racconto di quest’isola sembra essere scandito più dal meccanicistico ripetersi dei processi naturali che dal passaggio dell’uomo.

Me ne accorgo anche il giorno successivo quando, alla Cueva de los Verdes, lontano dal Timanfaya, a nord dell’isola, mi spiegano come la lava proveniente dal Monte Corona durante un’eruzione di 25.000 anni fa si sia solidificata solo in superficie nel suo scorrere verso il mare, creando in profondità quella lunga grotta, colorata prevalentemente del nero del basalto, in cui mi trovo. Ancora una volta, il tempo è cadenzato dallo scorrere lento degli eventi naturali, in epoche che appaiono lontanissime per la breve storia dell’umanità e quasi mi sento fuori posto, in questi luoghi in cui niente sembra raccontare qualcosa che sia alla mia dimensione, niente parla di vite e di storie, solo stratificazioni di ferro e di calcio, protrusioni stalattitiformi costituite dalla lava nel suo gocciolare, volte enormi che mi accolgono senza che nessuno le abbia pensate a tale scopo, che sono solo l’esito casuale di processi naturali avvenuti millenni fa. Il senso di spaesamento, il senso di essere ospite in un luogo totalmente altro rispetto alla storia e ai tempi dell’umanità, alla mia storia e ai miei tempi, dura poco, poi la guida inizia a parlare delle popolazioni locali che si rifugiavano qui per sfuggire ai pirati che funestavano le coste canarie e degli ebrei che vi si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni, mostra un teatro scavato nella roccia perché, dice, il basalto assorbe il suono e dà un’acustica perfetta, mostra una curiosa illusione ottica creata da un artista locale ponendo uno specchio d’acqua in un’area della grotta e tutto cambia. Inizio a vedere come le vicende dell’uomo si intreccino con i luoghi in cui avvengono e come, in realtà, siano inscindibili da essi. La natura crea o comunque modella la storia di ciò che avviene intorno ad essa e così queste isole vulcaniche perse a largo della costa marocchina sono diventate un luogo di esuli che qui attendevano di partire per il Nuovo Mondo, così queste grotte nate dallo scorrere del magma sono diventate il porto sicuro in cui rifugiarsi quando il mare portava pericoli, così la pietra lavica gettata dalle ripetute eruzioni dei vulcani è stata usata per la costruzione degli edifici e per la delimitazione dei giardini. Le caratteristiche dei luoghi guidano le storie degli uomini, il loro vagare, attraggono chi ha vissuto determinate vicende e non altre e così facendo costruiscono comunità che a loro volta cercheranno di raccontarsi facendo i conti con ciò che le circonda. Dunque, improvvisamente mi rendo conto che il lavoro che è stato fatto, qui a Lanzarote, per conservare i paesaggi naturali e le specificità dell’isola, ha preservato anche la storia di questi spazi, salvandola dall’anonimato delle distese di strutture turistiche uguali a quelle presenti ovunque. In queste pietre, in quello che rimane del “fuoco incandescente del vulcano”, come cantava Battiato, nei racconti delle fughe nelle grotte per sfuggire ai pirati, si può ancora leggere il passaggio degli uomini, dal sacerdote spaventato che nel Settecento raccontò nei suoi diari l’eruzione del Timanfaya, agli anonimi visitatori che chiamarono Manto de la virgen una formazione lavica nelle Montañas del Fuego. Quando esco dalla Cueva de los Verdes, in lontananza si vede l’oceano. Ero abituato ad ascoltare le storie del mare, questi giorni a Lanzarote mi hanno insegnato che anche le terre vulcaniche possono raccontare molto.

Il “manto de la Virgen”

Arrieta e la nostalgia – Appunti di viaggio

Arrieta, Lanzarote, 10 gennaio 2023

Arrieta

Arrieta guarda l’oceano con le sue case bianche. Mi ricorda Arcos de la Frontera, i pueblos blancos persi sulla montagna andalusa, solo che qui il rumore e l’odore del mare sono ad ogni svolta della strada e tra una casa e l’altra si aprono stretti vicoli che conducono all’acqua. Sembra un luogo di transito, fuori dai bar alcuni ciclisti francesi pranzano prima di ripartire per chissà dove e ai lati della strada le macchine a noleggio lasciano per qualche tempo i surfisti a saggiare le onde del luogo, prima di riprendere la strada verso l’estremo nord dell’isola. Mentre guardo una signora tedesca intenta a dipingere l’oceano di fronte a un albergo bianco ai confini del mare, mi chiedo il destino di chi rimane, di chi chiama casa questo luogo che per molti rappresenta un frammento di poche ore o di pochi giorni nell’esistenza, un acquerello che sbiadisce progressivamente nella memoria insieme al fragore delle onde che si infrangono sulla riva. Cerco le risposte nel volto dell’uomo che porta a spasso un barboncino in mezzo alla strada sul mare incurante delle auto che passano, nello spagnolo rapido del ristoratore che mi porta il cibo, nel gesto della ristoratrice che, a fine pranzo, mi insegue per consegnarmi la bottiglia di acqua minerale che non ho terminato in modo che possa berla in seguito. Ma non è possibile cogliere da pochi dettagli il racconto di un’esistenza, la costruzione di un modo di vedere il mondo a partire da basi completamente diverse da ciò che per me rappresenta una struttura di fondo quasi ovvia. Dunque posso solo immaginare e nell’immaginazione si uniscono ricordi dell’infanzia, film visti, libri letti e i pescatori al largo sull’oceano davanti a Arrieta si fondono con quelli che nelle mattine sull’Adriatico andavano a ritirare le reti. Mio nonno, quando rimanevo da lui in Abruzzo in estate, andava a comprare il pesce sul presto e al ritorno mi parlava delle barche dei pescatori tirate a riva, del pescato in mostra, delle sveglie prima dell’alba di quegli uomini che nel suo racconto sembravano quasi provenienti dal tempo immobile delle fiabe, figli di quella storia circolare che la rivoluzione francese credeva di aver distrutto e che Nietzsche forse voleva far riemergere parlando di eterno ritorno. I pescatori di Arrieta, come quelli abruzzesi di cui mio nonno parlava senza che io li vedessi mai, sono invisibili in questa mattina calda, eppure se ne avverte la presenza nelle barche tirate a riva sulle strade che si immergono in mare – le avevo già viste, in altri tempi, sulla costa ligure, a Manarola, anche allora era gennaio e inseguivo sul Tirreno le immagini degli Ossi di seppia. Raccontavo la mia esistenza in modo totalmente diverso, allora, e tanti frammenti identitari stavano appena nascendo da anni in cui mi sembrava di stare vivendo di nuovo l’adolescenza, quel desiderio di scoprire, quel desiderio di sentirmi diverso.

Sulla strada principale, le abitazioni bianche si aprono in ampie terrazze, che forse, fuori da quel contesto, mi ricorderebbero i porticati delle ville americane e invece mi trovo a pensare alle terrazze sull’oceano delle case cubane, viste in un film, Regreso a Itaca, in cui su quelle terrazze si parlava proprio di partire o rimanere, di legare la propria storia a un luogo, vivendone le necessarie delusioni (là si parlava anche della disillusione per gli esiti della rivoluzione castrista), oppure cercare altrove lo spazio in cui far abitare la nostalgia. Ecco, la nostalgia. Mi rendo conto che ogni volta che parlo del mare torno a quel sentimento che racconta di spazi da colmare per tornare a un luogo che si possa sentire proprio e penso che in fondo proprio questo mi suggerisce il mare, il desiderio insopprimibile della partenza e il senso di appartenere a un altrove che, forse, si trova oltre la distesa dell’acqua. I marinai portoghesi, solcando l’oceano, portarono con sé questa duplice valenza e dunque parlano di saudade sia il fado che le canzoni brasiliane e se ne trovano accenni anche nel semba angolano, mentre nel creolo capoverdiano il termine diventa sodade, come canta Cesaria Evora. Mi dico che forse l’oceano porta necessariamente la nostalgia, perché la sua vastità allontana necessariamente il momento del ritorno.

Accanto alla spiaggia di Arrieta, la Casa Juanita sembra incontrarsi con i miei pensieri sull’andare e sul tornare. Leggo che è appartenuta a un uomo originario di Lanzarote che aveva fatto fortuna in Argentina. Tornò sull’isola dopo anni, sua figlia era malata di tubercolosi e aveva bisogno di un luogo in cui respirare l’aria del mare, dunque costruì questa villa dove lei potesse vivere. La figlia morì presto, ma l’abitazione si protende ancora sull’oceano con la sua forma curiosa (diversi osservano una somiglianza con una casa delle bambole). Guardandola dopo averne letto la storia, il ritorno triste dell’uomo che aveva lasciato l’isola per divenire ricco altrove, mi trovo a pensare alle parole di Amerigo di Guccini, altra storia di viaggio sull’oceano: Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita. E rimango lì a guardare il mare, a pensare le mie partenze e ai miei ritorni, alle mie nostalgie che mi fanno sentire talora simile agli esuli sull’oceano di cui mi piace immaginare le storie.

La casa Juanita ad Arrieta

Le storie dell’oceano – Appunti di viaggio

Playa de Papagayo, Lanzarote, 9 gennaio 2023

La playa de Papagayo a Lanzarote

Nella playa de Papagayo, gennaio somiglia alle giornate di inizio maggio, il sole è caldo e un vento fresco (da est, dicevano ieri in aereo) sembra essere l’unico ricordo dell’inverno che ho lasciato a Firenze, della sua realtà di cappotti stretti nelle mattine gelide. Di fronte, l’oceano, quell’Atlantico accarezzato già a Cadice che ora ritrovo, anni dopo, stupendomi di come la sua immensità, il suo protendersi lontano fino all’Africa e all’America, non emergano in questo lembo d’acqua stretto tra due rocce vulcaniche, così simile alle insenature tirreniche dell’Isola d’Elba o ai disegni insulari dell’Egeo sulla costa di Creta. Ha un senso di familiarità, questo mare, mi sembrano note queste rocce muscose sul fondo delle acque basse, così simili a quelle che trovavo nelle estati elbane, mi sembra nota la folla di italiani e olandesi che inseguono i figli sul bagnasciuga, mi sembra noto l’orizzonte sgombro, quell’orizzonte infinito del mare oltre il quale da piccolo, sull’Adriatico, sognavo la Croazia, e oltre cui ora mi chiedo se si trovino le lontane terre di Florida o il vicino Marocco. Eppure, immergersi nelle sue acque in questo inizio di gennaio che qui somiglia alla primavera, farmi inglobare dall’oceano in questa giornata ventosa ha l’emozione di un momento di passaggio, perché il mare porta con sé le sue storie e le storie raccontate da questa distesa che bagna l’orizzonte non parlano dei mercanti fenici in rotta verso la Francia, delle colonie greche in Asia Minore, delle peregrinazioni degli ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna. Questo mare porta con sé le storie di chi oltrepassò le colonne d’Ercole, da quel Lanzarotto Manocello di Genova che nel Trecento approdò in quest’isola fino alle spedizioni di Colombo e Magellano, entrambi passati dalle Canarie, ultimo porto d’Europa, prima del grande salto verso l’ignoto. L’Atlantico racconta chi dei remi fece ali al folle volo, le rotte dei mercanti inglesi e olandesi, i secoli delle scoperte e delle esplorazioni mentre il Mediterraneo lentamente declinava. I pescatori di Santa Lucia di Walcott, il marinaio innamorato sulla goletta “Flight” solcavano acque simili a queste, lontano, nei Caraibi e sentendo il mare avvolgermi da ogni parte li sento improvvisamente vicini, come se l’oceano me li rendesse in qualche modo familiari, mi facesse accedere a qualcosa che prima non conoscevo. Di certo, me li riporta alla memoria, li sento emergere dal flusso del mio pensiero in cui prima non erano minimamente contemplati e insieme ai volti, reali e immaginati, di pescatori e navigatori riemergono quei versi di Walcott dedicati a una donna lasciata a riva:

Quando le stelle erano giovani sopra Castries
ho amato te sola e ho amato il mondo intero
ma che importa se le nostre vite sono diverse?
cariche dell’amore dei nostri figli diversi?
quando penso al tuo giovane volto lavato dal vento
e alla tua voce che sogghigna nello schioccare del mare?

Li avevo letti tanto tempo fa e non li ricordavo quasi più. Tornano ora, improvvisi, con le onde dell’oceano.

Appunti di Capodanno

Era da tanto tempo che non iniziavo l’anno suonando. Ritrovare Strauss è stato un po’ come reimmergersi nei colori degli inizi di gennaio dell’adolescenza, quando gli spigoli del contrabbasso urtavano contro le pareti del vecchio teatro Comunale e i capodanni dell’infanzia trascorsi a guardare in televisione il concerto di Vienna erano tutto il passato che avevo. Mi sono ritrovato in luoghi della mente e della memoria che avevo smarrito da tempo ed è sempre curioso osservare come siano sufficienti un luogo adatto, qualche nota (come la Sonata di Vinteuil che accompagna i mutamenti d’animo di Swann nei confronti di Odette nella Recherche) affinché la coerenza di identità nella quale mi sento saldo e di cui talora avverto le limitate possibilità si sfaldi e riemerga il ragazzo che, a quindici anni, suonava la Persischer Marsch sul palco di un teatro che non esiste più e non sapeva nulla, come scrive il poeta vicentino Lanaro, “di città, di onori, di tempeste”.

Quando il resto va via

Dammi la mano che il tempo per scrivere un verso di colpo
Scompare
Come conchiglie nel mare
Come le biglie lontane
Noi siamo ciò che rimane
Quando il resto va via
E la chiamiamo poesia
Noi siamo un modo di fare
E tutto il resto è l’amore
E un po’ di fantasia

Sergio Andrei, Ciò che rimane

Come somigliano alla stasi, questi giorni di mutamento. Mi dicono che qualcosa stia accadendo, fuori, lontano, ma la lampada nella stanza accoglie ogni mio mattino e la televisione, a sera, racconta le stesse cose senza variazioni apparenti, come in quel brano di Boccherini riarrangiato da Berio in cui il crescendo è talmente leggero che lo percepisci solo a posteriori, quando arriva al suo massimo per poi svanire lentamente. Come somigliano alla stasi, questi giorni di mutamento. Ho messo a posto i libri e i significati delle poesie appaiono legati alle storie di ieri, a un’altra vita che ora nel vuoto sembra sparire lentamente, divenire ricordo, ritirarsi dalla concretezza dell’oggi per trasformarsi nella carta scolorita di un passato che non può essere recuperato.

Come sempre, nei giorni del passaggio leggo libri che parlano della morte e della fine. I predicatori raccontano le pagine dell’Ecclesiaste sull’inutile fatica dell’esistenza e parlano delle relazioni che abbiamo e di quelle che perdiamo. Effettivamente, l’immagine di una rete di volti da cui mi sto allontanando è quella che maggiormente riconosco nel silenzio di questi giorni, come se la stanza che a sera mi riaccoglie con i versi di Ginsberg appoggiati sulla libreria fosse una diligenza che nella notte si allontana da una città nota in cui ho vissuto a lungo per condurmi altrove. Forse, dunque, l’immobilità è solo quella apparente delle navi in fuga di cui parlava Galileo e non mi sto solo allontanando da volti e ruoli chiusi fuori dalla porta e ormai inattingibili, ma anche avvicinando a nuove stanze in cui sarò altre persone e avrò altri sogni. Per ora, il futuro non ha forma e mi immergo nei frammenti del presente, in un brano di Bernstein o in una canzone di Sergio Andrei che ho sentito molte volte tempo fa. “Siamo ciò che rimane quando il resto va via/e la chiamiamo poesia” dice e mi sembra che raffiguri bene questi giorni di mutamento. Sono ciò che rimane quando il resto va via.

L’illusione di Evans. Cnosso – Appunti di viaggio

Iraklion, 17 agosto 2022

Cnosso

Cnosso è un’illusione nutrita da un sogno. L’illusione è quella del turista, che giungendo vede strutture perfettamente conservate e si precipita a fotografarle senza accorgersi che si tratta di ricostruzioni in cemento armato senza altra base storica se non il sogno di Evans, l’archeologo inglese che scoprì le rovine del palazzo. Cnosso è alla periferia di Iraklion, per giungervi da Chania sono tre ore di autobus che aprono squarci sulla costa frastagliata di Creta, sul mare turchese che si fa strada tra le lingue di terra, sulle decine e decine di case iniziate a costruire e lasciate a metà che costituiscono un elemento apparentemente obbligato del panorama locale. Seguono venti minuti di navetta urbana, che attraversando il capoluogo cretese mi consentono di vedere la struttura di una città greca in cui ancora non tutto è in funzione dei turisti e si possono vedere parrucchieri, negozi di alimentari o di articoli per animali, senza l’onnipresenza dei venditori di souvenir e degli hotel. Il palazzo dominava le colline circostanti, piene di oliveti da cui dovevano giungere almeno parte delle derrate che venivano poi conservate in quei magazzini che oggi costituiscono una delle sue aree meglio conservate senza necessità di ricostruzioni più o meno creative. Mi trovo a immaginare i regnanti e i burocrati che vivevano qui, affacciati alle finestre a stimare quanto era loro dovuto di ciò che vedevano; mi tornano in mente le ripartizioni inscritte nel Levitico, che stabilivano quanto del raccolto dovesse toccare ai sacerdoti, e mi chiedo se qui vigesse qualche regola simile.

Le colline intorno a Cnosso

Questo luogo racconta anche una storia molto più recente. Fu portato alla luce da Evans all’inizio del Novecento e, non appena gli scavi iniziarono a portare alla luce le rovine, queste mostrarono i segni di un progressivo deterioramento, che rese necessarie delle misure atte a consentirne la conservazione. Inizialmente Evans collaborò con tecnici che cercarono di effettuare un restauro conservativo, quindi preferì ricostruire varie aree del sito in cemento armato cercando di restituire l’idea di come dovessero apparire a suo parere in passato, sovrapponendo pertanto alla realtà una sua fantasia fatta di colonne rosse, di motivi decorativi e di affreschi ampiamente creati da Emile Gilliéron e da suo figlio basandosi su pochi scarni frammenti. Ne deriva una visita abbastanza peculiare, in cui sono costretto a chiedermi, a ogni passo dell’esplorazione del palazzo, quanto di ciò che sto vedendo sia originale e quanto posticcio. In fondo, mi chiedo se questo luogo sia in qualche modo la rappresentazione in pietra e cemento di questa e altre terre, di luoghi che lasciano tracce che vengono poi riempite dalla soggettività di ognuno, dalle sue fantasie, dai suoi sogni. Utilizziamo le mura di case ed edifici storici per cercare qualcosa che ci appartiene e che possiamo proiettarvi sopra, quasi che questo consentisse a un frammento di noi di essere preservato da quelle pietre e da quei mattoni. Un mese fa ero a Pineto, nel luogo in cui ogni estate tornavo alla casa di mio nonno e le stanze risuonavano di ricordi, di pagine scritte nelle notti dei miei quindici e diciott’anni, di incontri con persone scomparse da tempo. Un mese fa ero a Pineto e quella casa non c’era più, il cartello diceva che verrà costruito un residence in quel luogo e ne mostrava un rendering. La percezione che ne ho avuto è stata quella di essere depauperato di una parte di ricordi, come se appartenessero ai mattoni e non a me, alle stanze e non a me, come gli oggetti totemici di cui parla Proust all’inizio della Recherche che conservano in sé la memoria. Ho iniziato, da allora, a cercare di ricostruire nella mia mente quelle stanze, quegli odori, le cose vissute o sognate là dentro, per dare loro nuovi spazi, per togliermi la sensazione della perdita. E dunque pensando a questo mi sento empatico con Evans, pur non conoscendo le ragioni delle sue ricostruzioni fantasiose. Lo sento vicino in questo bisogno di dare un senso ai luoghi, di proiettarvi sopra qualcosa di proprio.

Le statue delle dee al museo archeologico di Iraklion

Al museo archeologico, mi colpiscono le divinità minoiche, con le loro braccia piegate verso l’alto, e gli uomini in preghiera con il pugno sulla fronte. La visione del Disco di Festo mi riporta agli anni del liceo e le statue danzanti richiamano musiche antiche ormai irrecuperabili. Sull’autobus del ritorno prevale la stanchezza; tuttavia, al tramonto, nell’ultima sera a Chania prima della partenza, finalmente riesco a entrare nella Moschea dei Giannizzeri, che ospita un’esposizione artistica, e nell’arsenale veneziano. Mentre si fa notte, rimango a guardare un film di Angelopoulos di cui riesco a comprendere ben poco, essendo in lingua originale. Vi sono due uomini in macchina, nella neve. L’incomprensibilità della lingua mi restituisce l’impossibilità di cogliere questi luoghi. Decido che tornando a casa proverò a imparare un po’ di greco e che cercherò di evitare di trovare il conosciuto in ciò che non comprendo. In definitiva, di evitare l’illusione di Evans.

Di monasteri, autobus, rivoluzioni e democrazia. Moni Arkadiou, Rethymno e le notti di Chania – Appunti di viaggio

Moni Arkadiou e Rethymno, 16 agosto 2022

Il Moni Arkadiou

Mi trovo sempre in difficoltà leggendo le guide turistiche, prima e dopo un viaggio. Enumerano luoghi, distanze, classificano città e paesi in base all’interesse prevalente del viaggiatore e l’impressione è di perdersi tra le opportunità irrinunciabili che delineano. I loro itinerari di chilometri e chilometri da percorrere in auto in una giornata per vedere tutto ciò che a parere degli autori è necessario riassumono bene questo piacere collezionistico, questa necessità di accumulare luoghi visti e fotografati, nell’illusione forse di poter trarre dalla somma delle impronte sulla retina una sintesi dello spirito delle terre attraversate. Eppure talora sono le scelte a dare una fisionomia al vagare, il tempo che trattiene in un luogo e costringe a escluderne altri, il piacere di fermarsi. I due autobus presi in una mattina d’estate per arrivare da Chania al Moni Arkadiou per inseguire le sensazioni evocate da una foto, anni prima, e quelli lasciati partire senza salirvi per le spiagge del sud e dell’ovest dell’isola – troppa folla, troppa paura di non riuscire a vedere nulla se non centinaia di persone animate dallo stesso inseguimento del luogo paradisiaco in cui andare al mare – si imprimono nella concretezza di una storia e costruiscono un ricordo che darà loro un senso. Dunque partiamo, il bus arriva a Rethymno, quindi cambiamo per una navetta diretta verso il monastero. Inizialmente la popolazione interna del veicolo è costituita da due o tre italiani e due tedeschi in viaggio, quindi, una fermata dopo la stazione degli autobus, salgono due signore anziane e i posti a sedere si completano. Alla fermata successiva però la situazione diviene complessa, in quanto tre nuovi passeggeri vengono fatti accedere al veicolo e si pone il problema in particolare del luogo in cui collocare una donna sulla settantina: dopo varie conversazioni in greco tra l’autista e il suo secondo, figura che pare onnipresente sugli autobus della KTEL e che riveste una quantità apparentemente infinita di funzioni, da quella di rivenditore di biglietti a quella di raccogliere le prenotazioni per la discesa alle fermate, quest’ultimo cede il suo posto accanto al conducente alla signora e si accomoda sul retro. L’autobus appare definitivamente pieno, ma alla fermata successiva un’anziana con la spesa chiede di salire. Inizia una contrattazione con l’autista, infine la signora divide il posto con un altro passeggero e si riparte per la montagna. Dopo gli arrivi, iniziano le partenze. In ogni paesino che attraversiamo, una delle occupanti dell’autobus chiede al conducente se può lasciarla scendere, tendenzialmente fuori dalle fermate previste e preferibilmente davanti casa. L’autista acconsente sempre, qualche volta ricevendo la mancia, qualche volta no e questo mi impedisce di capire come funzioni esattamente l’usanza da queste parti.

Il Moni Arkadiou appare quieto ai piedi del Monte Ida, un luogo di raccoglimento e meditazione lontano dalle città, dal mare, dall’andare e venire dei marinai nei porti di ieri e dal flusso caotico dei turisti di oggi. Il guardiano parla pigramente con un monaco mentre fa i biglietti e l’impressione è che si potrebbe entrare anche senza pagare, tanto ridotta è l’attenzione che pone a chi attraversa l’ampio ingresso. Eppure, tutto qui racconta un avvenimento drammatico della storia di Creta, la morte di centinaia di cretesi asserragliati nel monastero durante la rivolta contro l’Impero Ottomano del 1866 per chiedere l’annessione alla Grecia che preferirono farsi uccidere o saltare in aria piuttosto che consegnarsi agli assedianti turchi. Dunque, tutto qui sembra avere due letture, la serenità meditativa perseguita per centinaia di anni dai monaci e le tracce di quel momento drammatico, puntiforme, che però appare ancora vivo nei fori dei proiettili nei resti del grande albero accanto alla chiesa, nella porta crivellata di colpi appesa nel refettorio, dove molti caddero per mano dei Turchi penetrati nel monastero, nei quadri che commemorano l’eccidio. Ma il ricordo della violenza non cancella la nostalgia di Dio e la spiritualità appare ancora presente in questi luoghi: camminando vicino alle mura esterne, vedo per la prima volta l’ampio segno della croce ortodosso ripetuto per tre volte da due donne di passaggio e al centro del monastero, nella chiesa rinascimentale, mi sorprendo nel trovare l’altare nascosto dall’iconostasi (mi rendo conto di non essere mai entrato in una chiesa ortodossa prima d’ora) e mi chiedo se l’abitudine di celare ai fedeli il luogo dove si svolge il rito derivi dal dettato dell’Esodo, che consente l’accesso alla Tenda dell’Incontro solo ai sacerdoti, pena la morte per l’intollerabilità dell’incontro diretto con Dio. Tutto appare mescolarsi, la storia e la fede, la spiritualità e la politica e quando vedo esposta una foto della visita del re di Grecia in questi luoghi non posso fare a meno di pensare alla guerra civile greca, ad altra violenza, ad altri stermini e di chiedermi come si siano schierati i religiosi in quell’occasione. Ma la mia conoscenza storica è insufficiente e quindi mi siedo sotto un pergolato su cui cresce l’uva. Poco lontano, un bambino tedesco cerca di convincere la madre a portare con sé il gatto che ha trovato nel monastero; la discussione va avanti per un po’ e il bambino tiene ben stretto l’animale senza dare segno di volerlo lasciare. Lo convincono, infine, con un po’ di fatica. A pochi passi dal pergolato, la guida avverte che donne e bambini scelsero di morire facendo esplodere i barili di polvere da sparo anziché cadere prigionieri e la brutalità della storia torna a prendere il sopravvento sulla calma del luogo.

Il centro storico di Rethymno

A pranzo mangio yogurt e miele, l’autobus del ritorno è semivuoto e due turisti, avendo evidentemente compreso la natura effimera e relazionale delle fermate, chiedono all’autista di lasciarli nel centro di Rethymno anziché al capolinea. Questi chiede anche la mia approvazione in modo da non dover poi fare strada ulteriore e, quando gliela fornisco, commenta felice “That’s democracy!”, poi apre le porte e mi lascia all’ingresso della città vecchia. Rethymno è fatta di pergolati, di case rosse e bianche, dominata dalla fortezza bizantina e circondata da un mare che nel pomeriggio rovente appare trasparente, con varie persone che ne approfittano per bagnarsi. Il flusso turistico non ha niente da invidiare a Chania e dunque mi trovo a inseguire le strade vuote, che poi sono quelle in cui non vi sono negozi o ristoranti e in cui riesco a soffermarmi sui colori particolari di una porta, sulle strutture in legno di una casa che mi ricordano le abitazioni costruite interamente in legno sul Bosforo di cui parla Pamuk in Istanbul, sulle grandi lanterne che illuminano la notte di questi luoghi. A sera mi riaccoglie Chania, in una taverna ceno con un dakos, una bruschetta cretese condita con pomodoro e feta, e con il boureki, un piatto locale a base di zucchine, patate e formaggio, quindi rimango per un po’ nella piazza di fronte alla Cattedrale dei Tre Martiri, dove musicisti con bouzouki e lira greca suonano e cantano quello che sembra rebetiko. Qualcuno dei locali balla, intravedo un religioso in abito nero che tiene una borsa per consentire a una donna – mi chiedo se sia la moglie – di ballare. Torno in albergo verso mezzanotte. Il giorno successivo mi attende Cnosso.

Chania di notte

Di venti, porti e marinai. Chania – Appunti di viaggio

Chania, 15 agosto 2022

Il porto veneziano di Chania

La prima percezione di Creta è il vento, che soffia tra il mare e la collina con gli olivi dietro l’aeroporto. È la prima volta che metto piede in Grecia, terra studiata per anni sui banchi del liceo e poi luogo di altre ricerche, più personali, sugli effetti dell’austerity, sulla musica di Thanos Mikroutsikos, sulle poesie di Ghiannis Ritsos. Ora sono qui. Il greco, sentito nelle trasmissioni alla radio negli anni in cui mi collegavo alle emittenti ateniesi per ascoltarne la musica, ora ricorre negli scambi tra i lavoratori dell’aeroporto e nelle frasi della signora che si rivolge a me per informazioni non sapendo che non riesco a comprenderla. Chania è una coincidenza, forse un destino. Una promozione vista per caso prima di una giornata di lavoro, una settimana fa, e il desiderio di riprendere un aereo, di tornare a viaggiare all’estero dopo due anni di pandemia. Mi accolgono il vento, le colline, il mare intravisto dall’oblò dell’aereo, più tardi, dopo un breve trasferimento in autobus, il faro di Chania davanti al porto veneziano, le mura bizantine, la moschea dei Giannizzeri, la stratificazione di voci e di popoli giunti su questi mari da Est o da Ovest lasciando ciascuno un frammento, qualcosa che testimoniasse il proprio passaggio.

Tutto qui parla di partenze e di arrivi, tutto si protende verso l’immensità del Mediterraneo che conduce alla Grecia continentale e riesco a immaginare le navi in transito, le voci in turco, in greco o in veneziano, la cacofonia dei porti, di chi parte e di chi rimane ad attenderlo, forse invano, forse per sempre. Mi vengono in mente le donne di Ghiannis Ritsos, ferme sulla riva ad attendere i mariti partiti per mare. Riesco quasi a vederle, sedute nelle case di fronte al porto veneziano, mentre dimenticano il proprio nome e raccontano le proprie storie, cercando di recuperare in questo modo un’identità e un passato che sembrano sfuggire in una società che le rende marginali. Certo, è difficile unire le immagini di solitudine suggerite da Ritsos con la fiumana di persone che si riversa nelle strade per il giorno dell’Assunzione, con le voci dei turisti che riempiono l’aria di parole italiane e francesi e il greco che si intercetta solo negli scambi tra i proprietari dei negozi, fermi sulle soglie per sorvegliare le merci. Sulle pareti della città, spunta qualche “Tourists go home” e se ne può comprendere il motivo, vedendo le strade della città vecchia e le aree limitrofe trasformate in una sequenza interminabile di ristoranti, negozi e hotel boutique, senza che rimanga traccia di luoghi che sembrino avere una qualche funzione anche per chi a Chania vive tutto l’anno. Ricordando la trasformazione di Firenze a cui ho assistito negli anni, credo di comprendere cosa voglia dire vedere i cinema, i teatri, i bar storici chiudere in favore delle grandi catene della moda e dell’alimentazione e sapere che i luoghi a cui legavi i tuoi ricordi – il cinema Fulgor dietro Ognissanti, un tempo meta dei nostri sabati dopo la scuola e ora abbandonato da anni – sono scomparsi o destinati a farlo. Sembra il destino crepuscolare delle città che hanno avuto in dote dalla storia troppa bellezza e ora si svuotano di funzioni e significati duraturi in favore di ciò che può soddisfare il viaggiatore di passaggio. In cima alla collina che domina il porto, nel vecchio Politecnico occupato dal 2004, lo squat Rosa Nera cerca di opporsi alla trasformazione della città in un luogo esclusivamente turistico creando spazi per il teatro, per la presentazione di libri e per l’accoglienza dei rifugiati. Avevano cercato di sgombrarlo nel 2020 per fare posto a un albergo, ma è stato nuovamente occupato e nella sera che scende sembra l’unico luogo tranquillo della città; l’atmosfera è raccolta e rimango per un po’ ad ascoltare il suono del greco moderno, conosciuto nei dischi di Maria Dimitriadi, quando l’Egeo era il luogo di una fuga impossibile come quella di Diamantis, il protagonista di Marinai perduti smarrito nel porto di Marsiglia, lontano dall’isola greca in cui ha lasciato un’ex moglie e un figlio.

Chania al mattino

Il mattino dopo esco presto, diretto verso la stazione degli autobus, poco fuori dal centro. Nella frescura che presto lascerà il posto al caldo torrido di questi giorni di estate, la città vuota sembra svelarsi mostrando le sue strade strette, le case colorate, i gatti che dormono davanti alle porte. Improvvisamente, mentre mi fermo a guardare le piante nei cortili e sui pergolati nel silenzio del giorno che nasce, il mondo di Ritsos diviene stranamente reale e si sente quasi risuonare quell’ultimo augurio delle “Vecchie e il mare”: “Abbiamo ancora tempo per parlare e masticare/tempo per mordere l’ultima pallottola messa da parte/per il cuore della morte. Salve figli! Buon viaggio a voi!”

Giannella, Capalbio, Combray. Proust in laguna – Appunti di viaggio

Orbetello, 23 giugno 2022

Il borgo antico di Capalbio

Immerso nel Tirreno, guardo in lontananza Porto Santo Stefano, il tombolo della Giannella che si allontana nella foschia e sono in pace come non ero da tempo. Ieri mi inerpicavo nelle strade di Capalbio, in cima alla collina – la pianura sotto le mura si estendeva fino all’orizzonte e il paese sembrava un quadro di Escher, con le sue serie di scale che portavano ad appartamenti posti ad altezze diverse e a ballatoi da cui si dipartivano altri gradini, con le sue case che sembravano emergere l’una dall’altra, quasi che lo spazio ridotto avesse fatto fondere edifici diversi fino a renderli un’unica disomogenea struttura. Eppure, la moltitudine di finestre affacciate sulle stesse vie, sulle piccole piazze identificate dall’aprirsi di quel corpo unico fatto di case, archi e insegne fuori dalle trattorie al piano terra restituiva un senso di comunità, l’immagine di persone che alla sera potevano aprire quegli scuri, affacciarsi e ritrovarsi tutte lì in una vicinanza quasi inattesa, forse per raccontare, forse per ascoltare, forse solo per rimanere al fresco dopo un giorno d’estate. Qualcosa di quella percezione di comunità che mi pareva di intravedere sotto il passare dei turisti – una bambina cercava di convincere la madre a condurla in cima alla torre della Rocca Aldobrandesca, dopo venti minuti di contrattazione riuscivano ad accordarsi che l’avrebbe accompagnata la sorella più grande – sembrava emergere dai flussi dei pochi abitanti, che si muovevano per riunirsi in pochi luoghi, sui gradini di fronte al negozio del mercante di liquore, che nelle pause tra un cliente e l’altro usciva per scambiare poche parole, sicuramente inconsapevole delle reminescenze di De Andrè che riemergono nella mia memoria ora che descrivo il suo lavoro, oppure vicino alla trattoria. Il riposo dei turisti era confinato fuori dalle mura, sulla terrazza panoramica, di fronte all’entrata del borgo e al suo orologio enorme e l’accento maremmano non si sentiva più e compariva un grammelot con influssi lombardi, olandesi e romani.

Le mura di Capalbio

Immerso nel Tirreno guardo la spiaggia – è strano come il mare sia la mia privata madeleine proustiana, come riesca a far riemergere ricordi e sensazioni che credevo svaniti da tempo. Ed ecco che le figure che si muovono di fretta sulla sabbia assumono una corrispondenza con figure che, nella mia infanzia, camminavano tra gli ombrelloni nelle estati a Pineto e mi sembra di trovarmi in quella città invisibile di Calvino in cui ogni viaggiatore ritrova volti che ha già incontrato, in cui ogni sconosciuto viene immediatamente assimilato a una persona già nota. E dunque la signora con il cappello di paglia è la nonna dei miei vicini di ombrellone di allora, che per anni mi ha fermato al mattino del mio primo arrivo per informarsi sulla mia vita nell’ultimo anno. I bambini che giocano siamo noi, allora, che costruivamo castelli di sabbia e poi, con un gesto non esattamente cortese, distruggevamo quelli di un nostro rivale, che mi sembra quasi di individuare nel gruppo di ragazzini indaffarati con i secchielli, un po’ in disparte come il volto che sto sovrapponendo al suo in un’epoca lontana almeno vent’anni. Le figure materne sulla riva del mare oggi come allora controllano che i bambini non si spingano troppo al largo, anche se questa paura, giustificata nelle acque di Pineto che presto divenivano fonde, sembra quasi superflua in questo mare che non annuncia tradimenti, rimanendo basso ben oltre la boa delle acque sicure.

Sul lettino ho lasciato un libro di appunti di viaggio di Magris e un testo di Jedlowski sulle aspettative che abbiamo sul futuro e sui ricordi che abbiamo delle speranze e dei progetti che facevamo in passato. Dalle acque riemerge un frammento, avevo diciannove anni – l’anno prima avevo scritto il mio secondo romanzo e i bagni in mare erano il momento dell’elaborazione delle scene da raccontare alla pagina la sera, il momento delle idee e delle illuminazioni. A diciannove anni mi illusi di poter fare la stessa cosa, iniziai a scrivere controvoglia, mi immergevo nel mare per avere delle idee, ma senza grossi risultati e con un forte senso di frustrazione. Erano cambiati i tempi, forse avevo poco da dire, l’entusiasmo dell’anno prima, trainato da una passione politica acquisita nel corso di un’occupazione in cui mi ero sentito in contatto con i miei compagni di scuola come non mai, era svanito, ma questo si scontrava con delle aspettative del futuro che erano rimaste uguali: volevo fare lo scrittore, non il medico come dicevano i libri dell’Alphatest che aprivo ogni giorno per prepararmi all’ammissione all’università. E dunque dovevo scrivere, scrivere, senza tenere presente che quella capacità di strutturare una narrazione lunga su argomenti di fantasia non l’avevo più – né l’ho poi ritrovata e peraltro mi rendo conto di non leggere da tempo romanzi, perso tra i libri di viaggio e i saggi, forse a indicare che i testi di finzione non mi appassionano neanche particolarmente. In seguito l’aspettativa divenne quella di scrivere un romanzo ogni tre anni, tanti ne erano trascorsi tra i quindici anni che avevo ai tempi del mio primo libro e i diciotto del secondo, e questo contribuì a farmi perdere un po’ di tempo mentre avrei dovuto preparare l’esame di fisiologia per cercare di costruire un testo di fantascienza che rimase poi ad uno stato embrionale. L’attesa del romanzo poi si attenuò fino a svanire ed è curioso, in questo pomeriggio immerso nel Tirreno, osservare quanta rilevanza abbia avuto in alcuni frangenti della mia vita, quanto abbia influenzato umori e progetti prima di perdersi negli stessi recessi della memoria in cui abitano i racconti che mi facevo a voce alta da bambino prima di addormentarmi e i personaggi che evocavo allora nel buio sentendoli intorno a me e a cui narravo le mie storie. Il mare fa riemergere la mia Combray di aspettative deluse, volti noti, speranze, sensazioni. Quando esco dall’acqua, è come se avessi recuperato un frammento della mia vita, una scena che mi aiuta a comprendermi meglio e che avevo ormai escluso dal mio racconto di me stesso. Alla sera la fisso sulla pagina. In qualche modo, mi sembra di aver recuperato qualcosa di importante.