Scissioni. Garibaldi in Maremma – Appunti di viaggio

Orbetello, 20 giugno 2022

Piazza Eroe dei due mondi a Orbetello

Il centro storico di Orbetello parla di Garibaldi e di Risorgimento e un po’ mi sorprende. Stretto ai due lati dalla laguna, il paese si schiaccia lungo le strade principali quasi proteggendole dall’incedere dell’acqua. Eppure, le piazze che si aprono non sembrano ricordarsi della diga poco distante, non sembrano appartenere a una città di mare, hanno la natura improvvisa e nascosta degli slarghi dei borghi medioevali, che si aprono nell’affastellarsi di case e strade, e solo la piazza del Duomo si estende fino alla laguna, riconoscendone la presenza. È nella piazza centrale che incontro Garibaldi, nella piazza Eroe dei due mondi in cui sul Palazzo del Podestà domina l’effigie del condottiero nizzardo. Lo vedo per la prima volta a metà pomeriggio – sono arrivato da poco, ho superato le mura per incontrare questa città lagunare così diversa dalla frammentata Venezia sparsa tra i canali, così compatta nelle sue strade fresche in cui le persone vanno e vengono entrando e uscendo dagli innumerevoli negozi e la laguna è solo un’altra cinta muraria, una fascia esterna da ammirare lungo la ciclabile panoramica che costeggia il centro storico, ma senza farla entrare nello schema geometrico di vie su cui si apre il mercato coperto. Lo vedo dopo essermi fermato a guardare sulla vetrina di un’agenzia immobiliare i costi degli appartamenti a Orbetello e aver individuato la pizzeria dove cenare e quando ne percepisco la presenza si fanno avanti confusi ricordi scolastici relativi alla spedizione dei Mille, che non riesco però a definire meglio.

Qualche ora più tardi, le esplorazioni bibliografiche mi informeranno che durante la spedizione dei Mille, dopo la partenza da Quarto Garibaldi si fermò a poca distanza da qui, a Talamone, per fare rifornimento e che in quell’occasione si consumò anche una scissione interna che fece sì che i membri più ferventemente repubblicani della spedizione chiedessero di essere lasciati a terra dai piroscafi in partenza alla volta della Sicilia perché irritati da un proclama troppo monarchico dell’Eroe dei Due Mondi. È una piccola storia che mi fa sorridere, se non altro perché la sera successiva la televisione porta notizie di nuove scissioni politiche, di nuovi dissapori e pensare alle scissioni garibaldine avvenute a pochi chilometri da qui mi riporta alla mente la lettura deterministica da molti data dell’Eterno ritorno di Nietzsche: le medesime situazioni sono destinate a tornare in modo costante. Alla sera esco dalla città, torno alla laguna. Il sole tramonta rapidamente tra gli aironi sulle rive della diga e quando si alza il vento i rumori del paese, la vita frettolosa delle strade, il concerto rock che infastidisce il titolare della pizzeria in cui vado a mangiare (“Suonano sempre la stessa roba, dovrebbero cambiare”) sembrano appartenere a un altro mondo. L’universo quieto della laguna sembra inglobare il paese e improvvisamente appare quasi minaccioso nel suo circondare le case da ogni lato, nell’assediare il centro abitato con i suoi fantasmi dalle voci di uccelli che gridano nella sera. Mi addormento presto e la notte faccio sogni inquietanti di cui al mattino non ricordo che qualche brandello di emozione.

Di autisti e marinai. Vagabondaggi a Talamone – Appunti di viaggio

Talamone, 22 giugno 2022

La Rocca Aldobrandesca a Talamone

Un giorno di vagabondaggio tra Albinia, Talamone e Capalbio avendo Orbetello come luogo di partenza e di arrivo insegna l’importanza di parlare con gli autisti. Nonostante anche in Maremma sia giunta la forza unificatrice dei francesi di Autolinee Toscane, è come se permanesse qualcosa di non digitalizzabile e standardizzabile, affidato alla saggezza di chi conduce gli autobus. Gli orari noti a Google e ai siti internet disponibili raramente coincidono con quelli reali e quando l’autista che ti lascia al borgo antico di Capalbio promette di tornare alle 19.25 nonostante tutta la documentazione informatica disponibile dica il contrario tu accetti di fidarti ignorando quel retropensiero che ti fa presente che, qualora la fiducia si rivelasse malriposta, dovresti farti due ore a piedi per tornare alla stazione. Lo fai perché avverti nel suo modo di parlare quella stanchezza un po’ annoiata di chi ha percorso migliaia di volte quelle strade ogni giorno negli stessi orari e dunque sicuramente ha maggiori competenze del dispositivo elettronico di cui sei in possesso. In questa ritrovata fiducia nel valore dell’intersoggettività contro le fredde informazioni date da internet, sicuramente un ruolo centrale è rivestito dalla geografia incostante delle stazioni dei treni maremmane. Per un processo ascrivibile a qualcosa che si trova a metà tra la legge di Murphy e la conformazione di un territorio in cui molti centri abitati sono situati su promontori, lagune o scogliere a picco sul mare, il treno ti lascia sempre in un luogo diverso da quello in cui stai andando (Orbetello scalo per Orbetello, Capalbio scalo per Capalbio, Fonteblanda per Talamone) e per raggiungere la tua reale destinazione le opzioni sono due: o camminare per tempi mai inferiori all’ora lungo percorsi precari a fianco della strada provinciale o affidarsi ai rari autobus che portano dove vorresti andare. Quindi le informazioni fornite dall’autista divengono anche salvifiche, consentendoti di risparmiare tempo e di evitare di essere investito da uno dei SUV che sfrecciano a centoventi su strade con il limite a cinquanta.

Arrivando a Talamone, la strada si apre sul golfo in modo imprevisto e il mare invade il campo visivo insieme ai colori degli aquiloni per il kitesurfing. Il paese si staglia sul mare, aggrappandosi a una scogliera con le sue mura antiche. In cima alla Fortezza Aldobrandesca, un’installazione fa riferimento alle navi che passano di notte e improvvisamente mi vengono in mente i marinai di Mutis, quell’eterno salpare senza mai un luogo a cui tornare, le storie di viaggio raccontate di notte a volti sempre diversi, perché chi parte per mare non ha patria, come Diamantis in “Marinai perduti” di Izzo che fugge dalla dittatura greca navigando con le poesie di Ghiannis Ritsos impresse nella memoria. E dunque improvvisamente Talamone, le sue strade in salita, la scogliera con l’acqua cristallina diventano questo, un teatro di storie in transito, un luogo che riassume in sé tutti i luoghi dove si giunge, si viene accolti con calore per una notte in cui ci si sente vicini agli altri raccontando la propria storia e poi si riparte senza mai più rivedere quelle persone che erano divenute quasi fraterne fino alle luci dell’alba della partenza. In fondo, anche Garibaldi sbarcò qui per poi ripartire alla ricerca di una gloria che poi non avrebbe rivelato altro che le difficoltà del potere con il sangue dei fucilati di Bronte.

Avverto un’affinità con questi luoghi di passaggio, forse perché ho spesso avvertito la mia vita come un transito senza patria da una vicinanza all’altra, senza che mai fosse possibile permanere in quel contatto tra anime una volta sopraggiunta l’alba. Il momento della profondità dello scambio non può essere conservato, l’emozione che dà il sentirsi finalmente compresi e toccati dall’altro svanisce e si riprende il cammino in cerca di un nuovo asilo in cui poter ascoltare una storia e raccontare la propria. Ripartendo da Talamone, rifletto che, sebbene oggi abbia costruito una stabilità e dei porti sicuri, dei volti a cui tornare ritrovando la familiarità di una patria, ancora a volte mi sento un marinaio nelle vite degli altri, intento a costruire vicinanze che durano un giorno e a rimpiangere partenze al mattino dalla scogliera in fondo al golfo.

Coaguli. Orbetello e l’infanzia – Appunti di viaggio

Orbetello, 21 giugno 2022

L’antico mulino spagnolo nella laguna di Orbetello

Sulla laguna, la vita sembra sospendersi. Sembra di guardarla da fuori, immersi in uno scorrere dei giorni che non ha altro colore che il  bianco madreperlaceo dell’acqua alla sera, non ha altro suono che il richiamo degli aironi passando sulla diga al mattino, non dà altre sensazioni se non quella del vento che soffia ostinato ogni giorno tra le piante di fico. Il coagulo dei giorni passati, con i progetti fatti, le sofferenze, le paure, appare simile al vecchio mulino spagnolo isolato nella laguna: un elemento quasi surreale, fuori posto, una presenza che colpisce per la sua incongruità con il contesto e tuttavia che si percepisce essere appartenuta ad altri luoghi, ad altre storie in cui era invece perfettamente inserita. Gli stessi luoghi assumono un significato diverso: mesi fa, mi furono proposti come meta lavorativa e il trasferimento in queste terre era argomento che si inseriva tra le pieghe della mia quotidianità, dei miei progetti di vita, della rete di relazioni e di sicurezze costruita in anni a Firenze. Oggi in questo luogo il futuro e il passato sono distanti in un presente che parla di sensazioni immediate, di esplorazione, di scoperta. Si ritrova il sapore dei giorni d’infanzia, in cui tutto è nuovo e dunque non vi è ancora un significato predefinito da dare alle cose e ogni luogo può avere molteplici valenze, prima di cristallizzarsi in uno statico insieme di ricordi avvicinandosi all’età adulta. In questi giorni non mi progetto, non immagino un avvenire oltre la sera, svaniscono le ansie di un’esistenza in mutamento che si approssima al momento della scelta su ciò che vuole diventare. Tutto è qui, sulla ciclabile che porta alla Giannella, nello sguardo al mulino smarrito sulla laguna che mi ricorda certi scenari dei film di Miyazaki, nei racconti fatti alla sera o nelle intercapedini del giorno su ciò che ho vissuto in questo anno di chiusura di percorsi e a tratti di solitudine – e a raccontare tutto così, nel silenzio di un tramonto maremmano, anche il dolore dei giorni passati si attenua, i ricordi sembrano rasserenarsi e perdere la loro valenza affettiva, tutto sembra superato, pacificato, una valigia di esperienze che non appesantirà né questo né altri viaggi. Andrea Smorti riporta in diversi suoi libri i risultati di un suo studio che mostrava che raccontando esperienze affettivamente cariche si riduceva la sofferenza associata e aumentava la capacità di riconfigurarle in senso positivo. Forse, in questo frammento di infanzia maremmana, sta succedendo questo. In un luogo che non è mio e in cui mi sto immergendo nell’immediatezza di questo inizio di estate sto raccontando il nuovo inverno del mio scontento rendendolo un po’ più parte di un passato che non fa più male e meno di una quotidianità dolente.

Teresa e la patria perduta

Ora Teresa è all’Harry’s Bar
Guarda verso il mare
Per lei figlia di droghieri
Penso che sia normale
Porta una lametta al collo
È vecchia di cent’anni
Di lei ho saputo poco
Ma sembra non inganni
E un errore ho commesso – dice
Un errore di saggezza
Abortire il figlio del bagnino
E poi guardarlo con dolcezza

F.De André, Rimini

In questa mattina di aprile, dalle casse dello stereo sotto la finestra, nella voce di De Andrè, Teresa all’Harry’s bar guarda svanire i suoi sogni da figlia di droghieri che si immaginò erede di pirati. Rimini è il disco di una parte dolente della mia adolescenza, quella che, dopo aver sfogato la sua rabbia nelle viscere delle chitarre degli Iron Maiden e dei Metallica, si ritrovò a diciassette anni con le sue aspettative deluse, con l’impressione di aver perso un luogo buono in cui tutto era ancora intero senza aver trovato nulla che lo sostituisse. Allora, non capivo fino in fondo cosa significasse la storia di Teresa, non comprendevo che era la voce di una Madame Bovary che leggeva la realtà attraverso i suoi libri e che alla fine si trovava a confrontarsi con un aborto e con l’abbandono da parte di un bagnino senza nome. Mi riconoscevo però in Sally, in cui l’anonimo narratore in un giorno all’alba dell’adolescenza contravveniva al divieto materno di giocare/con gli zingari nel bosco e veniva condotto via da Sally, incontrando un’età adulta costellata dal dolore, dalla dipendenza da eroina di Pilar, dalla seduzione del Re dei Topi. E non tornava mai, anzi, diceva Dite a mia madre/che non tornerò, dunque rivendicando il percorso di allontanamento da casa o forse riconoscendolo come una rottura non sanabile, come se, come l’ostrica sullo scoglio citata da Verga, una volta staccatisi dalla patria infantile non fosse più possibile farvi ritorno. Forse il protagonista della canzone è un po’ lo ‘Ntoni dei Malavoglia, che non può più rimanere ad Aci Trezza e alla fine la lascia per sempre riconoscendosi nel mare, che non ha paese nemmen lui ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare.

Ci sono giorni in cui sento il bisogno di immergermi di nuovo in quel senso di smarrimento dell’esule da una patria perduta, in quel senso di appartenere a un altro luogo, a un altro tempo, in cui sento il bisogno di spiegarmi l’estraneità dallo scorrere dei giorni con la rivendicazione di un nucleo narrativo solo mio, con la conoscenza di una lingua appresa chissà dove e che non può essere più parlata che nei soliloqui. Donatella Di Cesare, nel suo libro su Derrida e Gadamer, cita la dispersione delle lingue di Babele per sottolineare la condizione dell’uomo che si confronta con altri che non può comprendere fino in fondo, che parlano con parole straniere e devono essere dunque decodificati. Forse c’è qualcosa di più. Non è solo il sentire di parlare una lingua diversa dall’altro, ma il sentirsi immersi in un bilinguismo in cui da una parte vi è un universo di significati condivisi, che possono essere trasmessi attraverso la parola, dall’altro vi è una seconda lingua propria, segreta, i cui contenuti sono i soli a poter dire l’anima e che esprimono il fondo delle emozioni, delle sensazioni, dei sogni e solo difficilmente possono essere tradotti nei termini della lingua comune. È un sentirsi intraducibili non solo rispetto all’altro, ma anche a se stessi, nel momento in cui il fondo dell’esperienza che si sente più proprio ed essenziale non può essere detto fino in fondo, non può essere espresso a se stessi e quindi rimane in una lontananza inattingibile. Se gli dei di Hölderlin hanno abbandonato l’uomo, anche l’uomo si è inabissato rendendosi visibile a se stesso solo sotto il pelo dell’acqua, permettendosi di percepire solo a tratti nel suo sentimento di esistere qualcosa che sia traducibile in parole, che possa essere detto a se stesso, che possa costituire un nucleo identitario in cui riconoscersi, per quanto fragile. La patria lontana siamo noi stessi e cerchiamo di raggiungerla (di raggiungerci) con i sogni, con le letture, secondo quel processo di costruzione dell’identità narrativa attraverso il riconoscimento di sé nelle pagine dei libri e nei racconti degli altri di cui mi parlano in questi giorni i testi di Ricoeur. Oggi il mio processo di costruzione si ferma su Rimini, sulle immagini dell’adolescenza, sul protagonista di Sally che lascia l’infanzia per non farvi ritorno. E mi sento un po’ così, perduto, smarrito nella separazione da qualcosa di profondo dopo una unità iniziale. Ma è tempo di uscire e la vita, come il treno che non finisce mai di cui parlava Dalla, mi trascina di nuovo all’aperto, al sole, a questa timida primavera.

Tenco, la malinconia e le fluttuazioni del tempo di una sera di primavera

E lontano, lontano nel mondo
In un sorriso sulle labbra di un altro
Troverai quella mia timidezza
Per cui tu mi prendevi un po’ in giro
E lontano, lontano nel tempo
L’espressione di un volto per caso
Ti farà ricordare il mio volto
L’aria triste che tu amavi tanto
E lontano, lontano nel mondo
Una sera sarai con un altro
E ad un tratto, chissà come e perché
Ti troverai a parlargli di me

L.Tenco, Lontano, lontano

La malinconia di Tenco pervade la sera. Sono seduto sul letto, il sonno ancora latita e il libro di Eshkol Nevo mi attende invano gettato sul tavolo della camera. Tenco canta e mi riconosco, mi riconosco nella timidezza, nell’aria triste che tu amavi tanto. Una donna, un tempo, mi disse che avevo gli occhi tristi anche se ridevo e in questi momenti non so se la velatura malinconica di queste sere di primavera sia la transitorietà di un divenire, un momento come tanti, oppure ciò che rimane sempre al di sotto dell’inquietudine dell’anima.

Tenco canta ed entro nello spazio buono della tristezza, in quella sospensione del tempo che ho immaginato in altri anni che fosse tipica della morte, in cui le incombenze dei giorni svaniscono e ci si immerge in un presente di sentimenti tenui, in cui i ricordi sono solitudini di un pomeriggio davanti a scuola, a quindici anni, e forse avrei dovuto dirle che mi piaceva o forse no, è andata meglio così, e sono i vuoti di esistenza di una notte di luglio in cui scrivevo poesie in una casa che non esiste più e una fisarmonica suonava in lontananza. Lontano, lontano nel mondo/una sera sarai con un altro, canta, ora che il tempo non ha più profondità, ora che il tempo si distende in una sincronia in cui sembra che tra un attimo mio padre aprirà la porta e sarà ora di andare a scuola, in cui forse se cerco bene sul tavolo avrò ancora un libro da terminare dopo essermi sentito grande per la prima volta, in cui sto per immergermi in quella notte a Bardonecchia quando facendo tardi per guardare l’alba e parlando della mia vita avvertii che qualcosa era cambiato e il bambino di ieri si allontanava nel passato lasciandomi di fronte a qualcosa che ancora non conoscevo. La notte unisce frammenti di ricordi, attimi in cui mi sono sentito completamente immerso nel presente, in cui la presenza dell’altro, della musica, del silenzio faceva svanire ogni pensiero rivolto avanti o indietro e tutto rimaneva lì, in uno scorrere che non si definiva e mi lasciava l’impressione di essere immerso in un mare di sensazioni, emozioni e parole. Forse anche ora mi sento così, ora che l’identità si sospende – sono io? Sono la stessa rigida identità che si fissa al suo ruolo, ai suoi doveri, al suo setting? – e si limita a fluttuare tra le sensazioni e i ricordi e scopre che il bambino partito quella sera in montagna è nell’angolo della stanza e attende che lo chiamino per la cena.

Vedrai che cambierà, canta, e penso che è difficile essere adulti, credevo che sarebbe venuto un momento in cui tutto sarebbe stato chiaro e le regole della vita sarebbero state spiegate nella loro semplicità e invece il tempo non porta che dubbi e la cristallina certezza dei grandi si rivela non essere altro che una disillusione di bambini che hanno smesso troppo presto di giocare. In questa sera di primavera, non so dirti come e quando/ma vedrai che cambierà, di nuovo il tempo è un gioco e le regole della vita sono da inventare e si può immaginare come allora che tutti siano attori che recitano per la mia felicità o che sia possibile fermare il tempo, invertirlo, tornare a quel pomeriggio davanti a scuola e provare a non cambiare proprio niente, tanto è andata bene così, ma rimanere a sentire com’era essere se stessi allora, senza sapere niente del futuro e senza sapere se quell’occasione mancata sarebbe stata irrevocabile. E quindi Tenco canta e riempie il vuoto malinconico di una sera di primavera. Vorrei dirgli che lo sento vicino, che i momenti di tristezza da cui nascevano le sue canzoni (Scrivo canzoni tristi perché quando sono felice esco) forse sono vicini ai miei, ma so che sarebbe un’illusione, siamo monadi chiuse alla possibilità di comunicare completamente e quindi questi momenti di nostalgia e malinconia, questo mare orizzontale del tempo liquido in cui le rappresentazioni e le sensazioni del passato diventano un flusso in cui immergersi non sono probabilmente neanche vicini a quei giorni di Genova. Eppure, non mi importa, mi tengo la mia illusione, in questa notte di primavera che non ha anno, non ha giorno, in cui c’è solo la musica, la tristezza, la nostalgia. E ascolto, in silenzio.

Colloquio con un anestesista sull’identità

Non aveva mai pensato che di mille e una possibilità forse già mille erano sfumate e perdute – oppure che sarebbe stato costretto a perderle perché una sola era la sua

Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno

La luce sulla pagina mi riporta a Ottobre. La mattina d’autunno porta ancora con sé i residui dell’estate. Si parla ancora di pandemia, ma la nuova ondata ancora non è arrivata e io sono al centro vaccinale per un misto di senso di responsabilità e di preoccupazione di dimenticarmi la scadenza del green pass e avere problemi. Conosco la zona del Mandela Forum: all’inizio dei ventisette anni, di quella che una volta chiamavo la mia seconda adolescenza, all’inizio di quel periodo di esplorazione, nuove amicizie, nuovi amori vi abitava una persona che conoscevo e da cui mi recavo spesso. Lascio la macchina, poi l’attesa è breve. Quando entro nel cubicolo per la somministrazione del vaccino, l’uomo in camice bianco mi chiede che lavoro io faccia. Gli dico che sono un medico, si qualifica come collega, anestesista, in pensione. Mi chiede ulteriori specifiche – forse scambia una mia timidezza nei confronti della conversazione per preoccupazione e cerca di ridurla parlando. Gli dico che sto studiando per diventare psichiatra e attendo una delle due o tre consuete risposte che in generale ricevo da colleghi e conoscenti,  “Qui ci sarebbero un sacco di clienti per te” oppure “Dovremmo venire tutti da te”. Mi fa sempre sorridere chiedermi se poi quelli che mi fanno questa osservazione effettivamente poi sentano che loro o gli altri avrebbero bisogno di supporto o se è solo un intercalare, magari dettato da una lite con un collega o dalla mancata comprensione di un comportamento (e quello che non si comprende, lo diceva Watzlawick, viene sempre etichettato come folle e dunque meritevole di approfondimento psichiatrico). Il collega però dice tutt’altro. Sai, dice, la psichiatria avrebbe interessato anche me. Però, vedi, quando uno è giovane ha tutte le potenzialità, poi inizia a scegliere e le strade possibili sono sempre meno, fino a che non ne resta solo una. Vedi, io ho scelto il liceo classico e già qualche strada non c’era più, poi Medicina e quindi non sarei mai potuto essere un ingegnere. Infine ho fatto l’anestesista e quindi tutti i sogni sui possibili futuri alternativi sono rimasti tali, solo sogni. Detto questo mi vaccina, poi mi saluta. Non so cosa dirgli, non so che peso egli dia a ciò che mi ha detto. Lo saluto con l’impressione che dovrei rispondergli molto e che non lo farò, nell’uscire incespico sulla sedia e quindi poi passo il resto della mattinata a chiedermi se la mia uscita di scena sia risultata un po’ goffa.

Dovrei rispondergli molto, in effetti. Dovrei rispondergli che sì, forse ha ragione. A diciannove anni avrei voluto iscrivermi a Lettere, volevo fare il professore nei licei, avrei spiegato Montale e la metrica. Sapevo tutto sulla versificazione in italiano, le cesure dell’endecasillabo, avevo letto Ossi di seppia e tutto sembrava riconducibile a poche direttrici semplici che potevano essere colte con la letteratura. Mi iscrissi come lui a Medicina, passai dall’analisi dei racconti degli altri alla raccolta di storie e di volti che avrei dovuto poi io conservare e raccontare. Avrei dovuto dirgli di quei giorni di luglio in cui, in modo impulsivo, animato forse dai vecchi fantasmi del liceo, scelsi di fare lo psichiatra e non sapevo bene cosa attendermi – altre scelte, altre strade prese che ne lasciavano altre abbandonate. Avrei dovuto dirgli quindi che aveva ragione, che i giorni ci scolpiscono in una figura non più modificabile, ci “appuntano a uno spillo”, come scrive Eliot. E quindi le scelte fatte non sono revocabili e guardandosi indietro si sente l’odore e il rimpianto delle strade non seguite.

La lampada del bagno, in questo inizio di primavera, illumina le pagine di un racconto della Bachmann, Il trentesimo anno. Fa parte di una raccolta che ho comprato l’anno scorso e non sono mai riuscito a leggere. Questo racconto l’avrò iniziato tre volte e ora ci sono tornato. Penso che la Bachmann piacerebbe al mio anonimo anestesista. Scrive, all’inizio del racconto, quello che lui sosteneva, cioè che la vita non è che una progressiva perdita di possibilità, un progressivo cedere della potenza all’atto, un progressivo definirsi cui si affianca l’accumularsi delle strade non seguite e delle occasioni non colte. Ripenso quindi al ragazzo che alla maturità citava a memoria Foscolo e Montale e mi chiedo se effettivamente avesse qualche possibilità che io ho ora irrimediabilmente perduto. In realtà, mi viene in mente, gli ultimi dieci anni della mia vita non sono stati che un nostos omerico per tornare esattamente al punto di partenza, al bambino che chiedeva al padre: “Perché io mi sento esattamente io e non mi sento un altro?”,  al diciassettenne che si interrogava su Dostoevskij e si innamorava delle compagne di orchestra, al diciottenne che voleva scrivere romanzi e si rendeva conto di sapere troppo poco del mondo per poterne parlare e troppo poco soprattutto di come si raccontano gli uomini. E dunque le strade storte, le deviazioni, gli impulsi, sembra che mi abbiano condotto in un luogo compatibile con i miei anni di viaggi mentali e di sogni, perché non credo che al ragazzo di allora sarebbe sembrato strano diventare un adulto che legge Bauman al mattino appena sveglio e si riconosce in quelle pagine di Deleuze che dicono che la psicoanalisi (come in fondo tutta la psicoterapia troppo rigida sul proprio modello) limita e non comprende il desiderio dell’uomo, lo fraintende cercando di renderlo conforme ai propri schemi anziché tentare di ascoltarlo in modo partecipe. E dunque forse all’anestesista, oggi, vorrei dire che in fondo le possibilità che abbiamo sono sempre limitate, perché siamo destinati ad essere coerenti con noi stessi. Siamo destinati a cercare in ogni cammino che compiamo qualcosa che sia pienamente nostro, che sia aderente a quello che siamo e che siamo stati – e quindi, dopo essermi interrogato per anni sul modo in cui diamo una forma narrativa alla nostra esperienza, adesso mi trovo ad ascoltare un sabato al mese persone che mi parlano esattamente di questo e lo scaffale è pieno di libri che si interrogano su come costruiamo la nostra identità, la nostra storia di noi stessi, e su come la società influenzi questo. Mentre appoggio il libro e spengo la luce, guardo la strada percorsa e vi riconosco un filo, una continuità, una sottile colorazione dell’asfalto che parla di me e di me soltanto. Qualcosa, in qualche modo, in tutto quello che è successo, sono io.

Parlando di Apocalisse, una sera di marzo

Niente è meno conservatore del genere apocalittico. Ed essendo un genere apocalittico apocrifo, mascherato, cifrato, può imporre una deviazione per ingannare un’altra vigilanza, quella della censura.

J. Derrida, Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia

I tuoi occhi, i miei occhi, qui, nell’angolo della camera. Sul comodino, un libro che parla del compimento dei trent’anni come perdita di possibilità. Ti ho parlato di questo tempo che crea apocalissi – la temporalità di questo presente senza futuro, di questo grigio fallimento capitalista in cui i domani migliori sono diventati uno sporgersi sul ciglio del burrone e, se non è stato il virus a distruggere tutto oggi, saranno i Russi domani e i cavalieri del libro di Giovanni sono sempre in viaggio. Abbiamo creduto nel futuro, forse non era il futuro brillante reaganiano, quello in cui la libertà sarebbe giunta ovunque e ci avrebbe reso felici, ma già quello pessimistico dei laburisti di Blair, in cui per raggiungere un luogo sereno nella tempesta del capitalismo liberale era necessario essere più formati e più studiosi degli altri. Ed eccoci qui, vent’anni dopo, Tony è chissà dove e noi ascoltiamo i media raccontarci dell’ennesima apocalisse alle porte carichi dei nostri anni di studio, dei libri letti e studiati, della tristezza di una generazione nutrita di cultura in attesa della fine, come gli animali ingozzati per il macello.

È un presente senza passato e senza futuro. La memoria non ricorda i racconti di ieri, non permette di trovare una vicinanza tra le strutture narrative sulla fine del mondo sottese agli anni della pandemia, in cui il diffondersi del virus diventava l’immagine dell’ultimo orizzonte, prefigurando un futuro stabile di alterazione radicale dell’esistenza, e i venti odierni che suggeriscono, sommessi, la possibilità di una guerra mondiale. Probabilmente, dunque, abbiamo bisogno della fine del mondo, di sentirci nel momento definitivo a cui non ne seguiranno altri, in una sorta di versione in negativo della fine della storia profetizzata da Fukuyama dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Allora, si apriva un’eternità di pace e di prosperità, in cui il turbocapitalismo avrebbe reso tutti felici. Oggi, ad aprirsi sono gli elementi del disastro: le guerre mondiali, la pandemia che modifica costantemente il nostro stile di vita. Forse siamo solo orfani di futuro e per questo rendiamo eterno il presente, sentendoci sempre alle porte della chiusura di conti finale.

A sera, in piazza Sant’Ambrogio, ai piedi della scalinata della chiesa un gruppo canta degli stornelli toscani. Io, in un angolo, leggo Derrida che scrive che il genere apocalittico è il meno conservatore. Mentre guardo la sinagoga oscurarsi sotto il sole che scende, sento di nutrire qualche dubbio a riguardo: se non si può pensare un futuro diverso dal presente, se la fine del presente coincide con la fine della vita e di tutte le strutture che la rendono possibile, non è più pensabile una lotta per un avvenire diverso. Forse parlare costantemente di Apocalisse serve a questo, a spegnere ogni residuo sogno, ogni possibilità residua di progettare un’alternativa al reale. Quando chiudo il libro, la sera sembra anticipare la primavera.

Lettera a una vecchia amica sul destino

1 gennaio 2022

Anni fa, ricordo, ti ho detto che avrei voluto essere un uomo della Felix Austria, uno di quei personaggi raccontati da Werfel che portavano sulle spalle la prossimità della fine e l’incertezza dell’esistere e che rifiutavano l’idea britannica di vivere in funzione del proprio lavoro, bensì richiedevano alla propria professione il necessario per strutturare la propria esistenza al di fuori di essa. Anni fa, ricordo, ti parlai di Billroth, noto chirurgo viennese, che non amava molto la medicina, ma inventò due o tre interventi di chirurgia dello stomaco che rimasero in voga per qualche tempo e che preferiva dilettarsi al violoncello e frequentare Brahms. E forse pensavo anche a Schitzler, medico per proteggersi dall’ombra del padre, che si licenziò dall’ospedale per dedicarsi al teatro il giorno in cui questi morì. Questo vorrei essere, ti dissi allora, un uomo che vive in un insieme di mondi senza essere pienamente compreso in nessuno, che si definisce con l’insieme delle strade che ha percorso, anziché per la scelta di un singolo cammino. Per molto tempo ho dimenticato le parole che ti avevo detto e per molto tempo mi sono interrogato sul mio ruolo nel mondo, sulla posizione da prendere per essere pienamente, assolutamente qualcosa, scegliendo definitivamente il mio volto.

Stamani era il primo giorno dell’anno. Dalla finestra filtrava l’odore di legno bruciato degli inverni della mia infanzia, in Abruzzo, con il tepore del caminetto a illuminare figure familiari che ora ricorrono solo in certi sogni estivi quando le credo ancora presenti. Avevo sognato – non so, forse la rivoluzione, forse la voce di mio nonno in un tempo indefinito. Fuori c’era la nebbia e leggendo Gadamer a letto, Foxtrot dei Genesis in sottofondo, mi sono ricordato di te, delle mie parole e ho capito che capire cosa scegliere era un falso problema, presupponeva la necessità della scelta, il definirsi completamente in una strada da percorrere. E invece, in questi tempi sospesi in cui attendo il mio destino, forse la definizione che mi devo dare non viene da ciò che diventerò, ma dalle strade percorse in passato, dalle trecento deviazioni che io – e solo io – ho percorso. Dai pomeriggi passati ad ascoltare Mahler come dai miei studi, dalle parole scritte e lette come dalle pagine dei lirici greci studiate al liceo, da Eliot come dal Cielo sopra Berlino. Il pensiero mi ha rasserenato. Rimango al crocevia della mia vita, in attesa di un destino, ma con la consapevolezza che quel destino non avrà mai il potere di dirmi chi sono.

Tempi fluidi

Mentre agosto finisce – questo agosto dei miei trent’anni in cui mi sento sospeso in un angolo in cui nulla sembra accadere, come in una stazione in cui i treni non arrivano mai – i luoghi sembrano talora condurmi in altri tempi, riportarmi alle sensazioni e ai pensieri che avevo in altre estati della mia esistenza. Il libro di Erica Cosentino che mi accompagna mentre le giornate tornano ad accorciarsi evoca i viaggi mentali nel tempo, la capacità che abbiamo di ricostruire il passato e di costruire un possibile futuro visualizzandolo dal nostro punto di vista, come esperienza vissuta da noi, e mi tornano in mente quelle pagine di Siegel che spiegavano come certi luoghi potessero farci tornare in determinati stati del Sé che credevamo appartenere ormai al passato e come quindi in determinate situazioni potessimo sentire ancora quell’insieme di sensazioni, pensieri e rappresentazioni di noi stessi di quando eravamo bambini o adolescenti. In questi giorni il tempo sembra labile, fluttuante, forse sono le giornate pigre di questa estate immobile, forse una fase della vita in cui ogni progetto è in attesa e in cui pertanto è difficile proiettare i giorni in una prospettiva definita. Dunque, il passato non sembra così lontano e riemerge, inaspettatamente, mentre mi muovo sulla costa abruzzese in cui vengo fin dall’infanzia a passare le vacanze o mentre risalgo nell’interno per arrivare ad Atri, con le sue chiese medioevali e le luci intorno al palazzo Ducale a sera che sanno dei giorni d’inverno in cui il centro di Firenze attende il Natale.

Nelle acque dell’Adriatico mi sento di nuovo bambino e di nuovo il mondo sembra terminare al confine della spiaggia e l’unica questione importante è quanto allontanarsi dalla riva, se giungere o no alla secca che apre la via per il mare aperto, quanto rimanere immersi. I pensieri scivolano e non rimane molto del passato, del presente e del futuro, solo pochi frammenti, poche immagini che sembrano appartenere ad anni ormai smarriti nella memoria. La solitudine nell’Adriatico al mattino è un luogo mentale fatto dalla ripetizione delle sensazioni delle immersioni, anno dopo anno, che riaffiorano insieme ai pensieri appena tocco l’acqua. In questo spazio mentale e acquatico avevo progettato un libro, tempo fa, qui avevo pensato a cosa fare circa un amour de jeunesse, qui avevo vissuto la durezza di molte crisi in anni meno sereni. A sera vado a vedere i Modena City Ramblers ad Atri, dopo quindici anni dal primo concerto a cui ho assistito. Mi rendo conto che forse uno dei motivi per cui continuo a vederli è che quando sono lì le canzoni mi riportano a quell’autobus diretto a Bardonecchia, a quindici anni, quando me li fecero conoscere, alle immagini di quella notte passata insonne ad attendere l’alba, a quelle conversazioni che per la prima volta mi fecero sentire adulto o quantomeno un po’ meno bambino.

Il tempo fluttua, in questi giorni abruzzesi, ed evoca altri tempi. Ma non è memoria, non è una semplice rievocazione di quello che è stato. È, invece, aprire una porta sulla persona che sono stato, sentirmi – o credere di sentirmi – esattamente com’ero allora, come se le esperienze intercorse non avessero contribuito a trasformarmi. Su un sedile di un treno stipato di persone, leggo Feyerabend mentre torno a casa e ascolto i nomi delle stazioni mentre fa buio. Fuori, l’estate finisce e non so che senso dare a questi giorni sospesi in attesa di settembre.

Termoli al crepuscolo – Appunti di viaggio

Termoli, 12 agosto 2021

Termoli a sera rivela un’attività inaspettata. Per molto tempo, era stata un luogo avvolto in una lontananza quasi irreale, era il porto da cui si partiva per le isole Tremiti, progetto di viaggio accarezzato con mio padre prima di ogni estate per la loro vicinanza all’Abruzzo in cui passavamo le vacanze e poi accantonato ogni anno per ragioni ogni volta diverse. Riuscimmo infine, dopo vari tentativi, a dare corpo infine a quel piano e Termoli divenne finalmente una meta definita, persa in un Molise in cui i cartelli autostradali segnalavano i paesi più piccoli e non le città principali e inseguita in un mattino di agosto in cui ancora il navigatore satellitare non era un’opzione percorribile. Quell’anno, Termoli fu solo un porto, solo un passaggio. Ricordo l’aliscafo, la partenza, un bagno in mare sotto uno scoglio popolato dai ricci alle Tremiti, ma nulla mi torna in mente del luogo da cui partimmo e a cui tornammo, smarrito in una memoria che fissa solo gli approdi e dimentica il luogo da cui si abbandona la terraferma, rendendolo un frammento insignificante nella transizione verso la meta.

Dunque, quello di oggi è il mio primo incontro con Termoli, con il suo centro storico fortificato che si protende verso l’Adriatico al crepuscolo come se desiderasse un viaggio impossibile, come se si preparasse a distaccarsi dalle spiagge che si estendono ai suoi piedi per perdersi nel mare dopo esserne stato per lungo tempo confine. Le mura che guardano le acque, le case di vari colori come le abitazioni dei pescatori liguri suggeriscono mattine stanche di marinai in piedi di fronte ad un’altra partenza, oppure fermi semplicemente lì, davanti al mare, a fondersi con il silenzio. Eppure, quello che mi circonda non coincide particolarmente con le immagini di contemplazione suggerite dal luogo e ricorda piuttosto l’animazione che ritrovo nelle sere Oltrarno, a Firenze, fatta di ragazzi seduti ai tavoli in piazza, di gruppi di famiglie che inseguono bambini che corrono dietro ai cani e di un’atmosfera di festa che si percepisce fin dal corso pieno di luminarie, invaso da una fiumana di persone che lo attraversa entrando e uscendo da ristoranti e negozi. Mi sembra di ripercorrere frammenti delle mie estati abruzzesi, quando a Pineto in agosto a sera le vie venivano chiuse al traffico e si riempivano di villeggianti che le percorrevano in su e in giù e di bambini in bicicletta che poi si dirigevano invariabilmente verso la pineta ed è forse per questo mi sento a mio agio nello schivare le persone per procedere lungo la strada, come se fosse parte di un ruolo che conosco e che ho ricoperto altre volte.

Solo nella cattedrale romanica qualcosa di quei silenzi di fronte all’Adriatico evocati dal castello svevo riemerge. Un trombonista e un organista stanno provando per un concerto, le porte sono aperte e mi soffermo un attimo, oltre il brusio della folla che in piazza mangia e parla. La chiesa, nel suo rigore medievale, è imponente ma al contempo sembra dare uno spazio alla contemplazione, alla riflessione, ad un tempo meno frenetico in cui si può rimanere a osservare due musicisti provare senza avvertire la necessità di altro. Rimango lì per qualche minuto, poi, prima di quanto desiderassi, la frenesia della piazza mi avvolge di nuovo.