Tempi fluidi

Mentre agosto finisce – questo agosto dei miei trent’anni in cui mi sento sospeso in un angolo in cui nulla sembra accadere, come in una stazione in cui i treni non arrivano mai – i luoghi sembrano talora condurmi in altri tempi, riportarmi alle sensazioni e ai pensieri che avevo in altre estati della mia esistenza. Il libro di Erica Cosentino che mi accompagna mentre le giornate tornano ad accorciarsi evoca i viaggi mentali nel tempo, la capacità che abbiamo di ricostruire il passato e di costruire un possibile futuro visualizzandolo dal nostro punto di vista, come esperienza vissuta da noi, e mi tornano in mente quelle pagine di Siegel che spiegavano come certi luoghi potessero farci tornare in determinati stati del Sé che credevamo appartenere ormai al passato e come quindi in determinate situazioni potessimo sentire ancora quell’insieme di sensazioni, pensieri e rappresentazioni di noi stessi di quando eravamo bambini o adolescenti. In questi giorni il tempo sembra labile, fluttuante, forse sono le giornate pigre di questa estate immobile, forse una fase della vita in cui ogni progetto è in attesa e in cui pertanto è difficile proiettare i giorni in una prospettiva definita. Dunque, il passato non sembra così lontano e riemerge, inaspettatamente, mentre mi muovo sulla costa abruzzese in cui vengo fin dall’infanzia a passare le vacanze o mentre risalgo nell’interno per arrivare ad Atri, con le sue chiese medioevali e le luci intorno al palazzo Ducale a sera che sanno dei giorni d’inverno in cui il centro di Firenze attende il Natale.

Nelle acque dell’Adriatico mi sento di nuovo bambino e di nuovo il mondo sembra terminare al confine della spiaggia e l’unica questione importante è quanto allontanarsi dalla riva, se giungere o no alla secca che apre la via per il mare aperto, quanto rimanere immersi. I pensieri scivolano e non rimane molto del passato, del presente e del futuro, solo pochi frammenti, poche immagini che sembrano appartenere ad anni ormai smarriti nella memoria. La solitudine nell’Adriatico al mattino è un luogo mentale fatto dalla ripetizione delle sensazioni delle immersioni, anno dopo anno, che riaffiorano insieme ai pensieri appena tocco l’acqua. In questo spazio mentale e acquatico avevo progettato un libro, tempo fa, qui avevo pensato a cosa fare circa un amour de jeunesse, qui avevo vissuto la durezza di molte crisi in anni meno sereni. A sera vado a vedere i Modena City Ramblers ad Atri, dopo quindici anni dal primo concerto a cui ho assistito. Mi rendo conto che forse uno dei motivi per cui continuo a vederli è che quando sono lì le canzoni mi riportano a quell’autobus diretto a Bardonecchia, a quindici anni, quando me li fecero conoscere, alle immagini di quella notte passata insonne ad attendere l’alba, a quelle conversazioni che per la prima volta mi fecero sentire adulto o quantomeno un po’ meno bambino.

Il tempo fluttua, in questi giorni abruzzesi, ed evoca altri tempi. Ma non è memoria, non è una semplice rievocazione di quello che è stato. È, invece, aprire una porta sulla persona che sono stato, sentirmi – o credere di sentirmi – esattamente com’ero allora, come se le esperienze intercorse non avessero contribuito a trasformarmi. Su un sedile di un treno stipato di persone, leggo Feyerabend mentre torno a casa e ascolto i nomi delle stazioni mentre fa buio. Fuori, l’estate finisce e non so che senso dare a questi giorni sospesi in attesa di settembre.

Termoli al crepuscolo – Appunti di viaggio

Termoli, 12 agosto 2021

Termoli a sera rivela un’attività inaspettata. Per molto tempo, era stata un luogo avvolto in una lontananza quasi irreale, era il porto da cui si partiva per le isole Tremiti, progetto di viaggio accarezzato con mio padre prima di ogni estate per la loro vicinanza all’Abruzzo in cui passavamo le vacanze e poi accantonato ogni anno per ragioni ogni volta diverse. Riuscimmo infine, dopo vari tentativi, a dare corpo infine a quel piano e Termoli divenne finalmente una meta definita, persa in un Molise in cui i cartelli autostradali segnalavano i paesi più piccoli e non le città principali e inseguita in un mattino di agosto in cui ancora il navigatore satellitare non era un’opzione percorribile. Quell’anno, Termoli fu solo un porto, solo un passaggio. Ricordo l’aliscafo, la partenza, un bagno in mare sotto uno scoglio popolato dai ricci alle Tremiti, ma nulla mi torna in mente del luogo da cui partimmo e a cui tornammo, smarrito in una memoria che fissa solo gli approdi e dimentica il luogo da cui si abbandona la terraferma, rendendolo un frammento insignificante nella transizione verso la meta.

Dunque, quello di oggi è il mio primo incontro con Termoli, con il suo centro storico fortificato che si protende verso l’Adriatico al crepuscolo come se desiderasse un viaggio impossibile, come se si preparasse a distaccarsi dalle spiagge che si estendono ai suoi piedi per perdersi nel mare dopo esserne stato per lungo tempo confine. Le mura che guardano le acque, le case di vari colori come le abitazioni dei pescatori liguri suggeriscono mattine stanche di marinai in piedi di fronte ad un’altra partenza, oppure fermi semplicemente lì, davanti al mare, a fondersi con il silenzio. Eppure, quello che mi circonda non coincide particolarmente con le immagini di contemplazione suggerite dal luogo e ricorda piuttosto l’animazione che ritrovo nelle sere Oltrarno, a Firenze, fatta di ragazzi seduti ai tavoli in piazza, di gruppi di famiglie che inseguono bambini che corrono dietro ai cani e di un’atmosfera di festa che si percepisce fin dal corso pieno di luminarie, invaso da una fiumana di persone che lo attraversa entrando e uscendo da ristoranti e negozi. Mi sembra di ripercorrere frammenti delle mie estati abruzzesi, quando a Pineto in agosto a sera le vie venivano chiuse al traffico e si riempivano di villeggianti che le percorrevano in su e in giù e di bambini in bicicletta che poi si dirigevano invariabilmente verso la pineta ed è forse per questo mi sento a mio agio nello schivare le persone per procedere lungo la strada, come se fosse parte di un ruolo che conosco e che ho ricoperto altre volte.

Solo nella cattedrale romanica qualcosa di quei silenzi di fronte all’Adriatico evocati dal castello svevo riemerge. Un trombonista e un organista stanno provando per un concerto, le porte sono aperte e mi soffermo un attimo, oltre il brusio della folla che in piazza mangia e parla. La chiesa, nel suo rigore medievale, è imponente ma al contempo sembra dare uno spazio alla contemplazione, alla riflessione, ad un tempo meno frenetico in cui si può rimanere a osservare due musicisti provare senza avvertire la necessità di altro. Rimango lì per qualche minuto, poi, prima di quanto desiderassi, la frenesia della piazza mi avvolge di nuovo.

Alberobello e la precarietà – Appunti di viaggio

Alberobello, 11 agosto 2021

In questo pomeriggio in cui il calore non sembra raggiungere il picco minacciato dai giornali, di nuovo la memoria mi fa collegare parti diverse del Mediterraneo e Alberobello, paese nato provvisorio per evitare la tassazione del Regno di Napoli, mi riporta al quartiere arabo di Granada e, più su, a Sacromonte.

La Puglia, nel suo distendersi, disegna distanze che appaiono immense a me, abituato alla Toscana in cui Grosseto appare lontanissima, eppure non è che a due ore di distanza, e in cui gli altri luoghi sembrano essere lì, basta prendere la macchina da Firenze e ci sei. Qui la strada si distende lungo una pianura che appare infinita, quasi a ricordare una di quelle vie attraverso il Midwest o la California che popolano i film on the road hollywoodiani, uno di quei paesaggi di libertà immensa, assoluta, attraversati da Peter Fonda e Dennis Hopper in “Easy rider”. Bisogna fare i conti con gli spazi, qui, con i chilometri che si accumulano, con il tempo che si dilata e che esaurisce gli argomenti di conversazione e conduce all’osservazione pura e semplice, al veder trascolorare la pianura brulla del Tavoliere nei filari di viti e olivi che circondano Bari, fino a popolarsi progressivamente di trulli – mi chiedo quanti effettivamente antichi e quanti costruiti di recente per sfruttarne l’immagine – avvicinandosi ad Alberobello. Non si parla molto, in macchina; gli Eagles suonano in sottofondo e la sensazione che avverto mentre i chilometri passano è quella dell’unica volta, dell’hapax legomenon, come se ogni minuto di viaggio non facesse che sancire che non farò mai più quella strada, che non vi saranno più l’insieme di circostanze che mi hanno condotto là, che i miei ricordi di quel luogo saranno sempre legati a quelle canzoni degli Eagles, a quel finestrino sulla pianura, a quello che accadrà quel giorno e sarà irripetibile. In fondo, è il mio senso per le occasioni perse, quella percezione che ogni momento passa senza poter essere ripetuto e quindi ogni fallimento minimo riduce le possibilità che posso cogliere.

Alberobello è piena di turisti, concentrati in due strade lungo il Rione Monti. Più in là, si trova qualche angolo riposto, in cui riesco a fermarmi, a guardare le case bianche che si distendono verso il basso, verso la via centrale, a osservare i rari abitanti che escono per dirigersi verso la chiesa o verso la città nuova, a scrutare lo svolgersi di quei tetti a punta che ricordano certe abitazioni della Cappadocia e che una breve ricerca rivela trovarsi lì tutti insieme perché il Conte di Conversano poteva evitare in questo modo di pagare al viceré di Napoli il tributo per la costruzione di un nuovo insediamento, facendo passare i trulli per costruzioni temporanee (a quanto pare, l’elusione di direttive governative in modo più o meno elaborato e creativo non è una trovata recente). E dunque, risalendo per le vie strette tra i muri bianchi, tra gli alberi degli slarghi, mi torna in mente un’altra salita, quella dell’Albaicín di Granada, mi tornano in mente i muri bianchi costruiti a stretta distanza dagli arabi per disorientare eventuali invasori, gli aranci fatti crescere ovunque per avere a disposizione cibo in caso di assedio. Due mondi diversi, forse uniti dalla precarietà, nel caso di Granada percepita al punto di progettare lo sviluppo urbano sulla base del rischio di attacco, nel caso di Alberobello finta per evitare i balzelli napoletani. Ed è forse la precarietà che sento mia quando la sera scende, la pioggia batte sui vetri della macchina e si decide che è tardi, il clima non è clemente e bisogna rientrare, lasciandoci alle spalle il progetto di una visita notturna al centro storico blu del paese di Casamassima. È quella precarietà che mi parla di un’occasione persa e del tempo che non torna. In fondo, però, sia i trulli pluricentenari che i secoli di vita di Granada prima della cessione ai cristiani mi dicono che in realtà siamo meno precari di quanto crediamo e forse proprio ciò che si percepisce precario ha in sé gli strumenti per durare a lungo.

Nel viaggio di ritorno prevale la stanchezza. Si va a letto tardi, scambiandosi qualche parola, ricominciando a fare progetti per l’indomani. Fuori, la grande pianura attende.

I gatti di San Nicandro – Appunti di viaggio

San Nicandro Garganico, 9 agosto 2021

Di notte, i vicoli bianchi di San Nicandro Garganico divengono delle aperture sulla vita degli abitanti. Le porte rimangono aperte, il rumore delle televisioni racconta la prima serata di Rai Uno e attraverso le tende antimosche si intravedono brandelli di conversazioni, di liti, di silenzi. Una signora affacciata al balcone si informa se siamo “venuti per vedere le case”, quindi si lancia in una improbabile datazione delle stesse: “Queste ci sono da quattordicimila anni”. Le stradine strette che si smarriscono sotto i lampioni correndo in alto o in basso seguendo le pendenze del terreno sembrano vivere degli stessi colori dei pueblos blancos andalusi, in un altro angolo del Mediterraneo, dello stesso biancore sulle abitazioni basse per allontanare il sole, delle stesse fioriere appese ai muri, delle stesse balconate a picco sulla pianura. Il castello normanno posto all’imbocco del centro storico sembra indicare che il paese ha condiviso con i paesi bianchi andalusi, che si collocavano al margine dei domini arabi in Spagna, anche il medesimo destino di frontiera, di luogo di scontro e di invasione tra i popoli che andavano e venivano sull’Adriatico.

Nella notte, i veri padroni della città oggi sono i gatti, che si allungano ad ogni svolta della strada, dormicchiano sulle mura bianche delle case, fissano curiosi i passanti che risalgono le scale che conducono verso la chiesa di San Giorgio in Terravecchia. Il paese bianco, perso tra le voci delle case e la curiosità dei passanti a vedere dei viaggiatori fuori orario, sembra aver trovato, ancora, dei custodi.

Il castello di San Nicandro Garganico

L’ultima notte

L’ultima notte sognai il mare a Zambra
il dolore del viaggio
e sulle onde che si infrangevano sulla malinconia della sera
la tristezza dei nostri sguardi persi ritrovati in un altro tempo in Lucchesia.
L’immobilità dei giorni ci travolse.
Un inverno viennese
ci aveva illuso con le fiabe di Werfel sulla neve sottile di Karlsplatz
ma la modernità démodé del McDonald’s all’angolo
già colorava la sera con fantasmi ungheresi
con le ombre del Diciotto, con i sogni imperialregi
affondati sotto le troppe voci dei caduti.
Ignoravamo, allora
che il nostro tempo moriva della lenta morte di Vienna
nostri erano gli incubi della felix Austria sul divano del dottor Freud,
nostri i canti mahleriani prima della caduta.
Ignoravamo, allora,
che ormai i giorni concessi
colavano lenti sugli ultimi tremiti delle candele spente
mentre Teresa disegnava la Cina sopra al tavolo verde
e il Kaiser si alzava alle sei per controllare
che la donna di Samarcanda giungesse a Sarajevo per tempo.

Il sottile frinire delle stelle insonni
cela tra i fili d’erba
un destino che tace.
In questa scheggia di rugiada
in questo attutito bagliore di esistenza
è troppo il tempo che ho dimenticato.
La canzone che appresi nei giorni di adolescenza
e che dissero mia su un pianoforte alla finestra
poco lontano dal mare
scorse via dai recessi della memoria nella bonaccia d’autunno
per non cercarvi più approdo.
Forse
parlava di un’infanzia in cui credetti il mondo un teatro
che recitava per me perché io fossi felice
e la mia gioia era il senso di ogni cosa
e i miei occhi tutto quello che bastava
o forse
di una notte al balcone, a ventisei anni
quando tu perdesti la strada e avresti dovuto partire
e io smarrii un silenzio del cuore
velato dalla solitudine della pioggia di luglio
quando le cicale morirono e il ritorno dell’estate
si nascose pauroso oltre le tende del salone.

Solo, ricordo
il suono della tua voce in questo teatro abbandonato
di cui per troppo tempo abbiamo vegliato il sipario calato
nell’attesa che ricomparisse il capocomico
per lo spettacolo delle nove.
I tuoi capelli si increspavano sotto le dita
e dicesti che era bello avermi accanto per attendere la notte
nella polvere di una rappresentazione sempre rimandata
e che se l’eternità era quella saremmo stati tu ed io
le nostre storie, i tuoi capelli, le tue dita, i nostri sguardi
e sarebbe andata bene così.

L’angoscia di vivere si medica con gli amori
con le poesie
con le partenze.
Ho sottratto all’oblio i frammenti del tuo volto
e quando li ho davanti
le emorragie dell’anima sembrano arrestarsi.
Mi porterai di nuovo ai confini del mare
quando il teatro avrà chiuso dopo l’ultima replica
e bagnandoci nelle acque sotto l’ombra dei pini
nel pomeriggio estivo la notte sarà lontana
e di nuovo mi parlerai di treni da prendere
di navi per la Grecia
delle tue fantasie invernali al Polo Nord
e il tempo sarà di nuovo il nostro tempo
e l’eternità di cera si scioglierà in silenzio.
Allora, di nuovo
la vita sarà un gioco sulla sabbia dei nostri giorni
e l’amore una storia di bambini che corrono nel vento del primo autunno
allora le onde ci lambiranno le caviglie
e saremo ancora tu e io
con i nostri riflessi di volti per curare la malinconia
con il calore delle nostre mani per indicare la strada ai nostri sogni
e cammineremo così, come se niente fosse accaduto
e ci illuderemo (o sarà vero)
di aver ingannato il tempo con uno sguardo
l’eternità in un abbraccio
e la fragilità dell’universo
con l’inconsapevole consistenza di un bacio.

Il senso di Donnarumma per il tempo

In questa sera d’estate, di nuovo incontro la mia malinconia. Fa fresco – è una di quelle sere di luglio in cui durante il giorno ha piovuto e non si sono sentite le cicale né le tortore, solo il rumore sottile della pioggia sui vetri. Le luci della strada, che un tempo sognavo come California in minore, rimandano ai miei diciott’anni passati su una terrazza a leggere Montale, ai miei quattordici anni ad ascoltare i Doors, alle poesie scritte troppo presto o troppo tardi. Stasera ascolto Serge Reggiani, canta di alberghi in cui ci si dice addio e poi si va via, come gli attori che rientrano a casa anche quando muoiono sulla scena, e mi ritrovo alla fine di questi tempi di chiusura, questi tempi di Covid che hanno sospeso la vita di ognuno, povero di ricordi, povero di giorni che abbiano dato al tempo il senso di progredire, povero di un significato da dare a questi anni. I festeggiamenti per l’Europeo, una settimana fa, sono l’unico riferimento riconoscibile in un mare in cui abbiamo perso la curiosità di un incontro o di una serata a teatro, la possibilità di inventare per ogni anno una storia diversa, di iniziare qualcosa che permettesse di bloccare il tempo dandogli senso.

Ho vissuto i miei vent’anni ai confini della clausura. Le stagioni e gli esami passavano, ma solo il cambio della luminosità del sole oltre la finestra dava una direzione, per il resto non c’era nulla, nessuna sera da scoprire, nessuna persona da aspettare. Vennero i ventisette anni e mi sembrarono lunghissimi. Mi sembrò di vivere dieci anni in pochi mesi, di recuperare tutto ciò che avevo smarrito nell’immobilità in cui ero rimasto immerso dalla fine del liceo in un bagliore improvviso. Il tempo di nuovo scorreva, di nuovo lasciava che la mente gli desse forma, di nuovo si popolava di incontri, di volti, di serate su un balcone ad aspettare le quattro del mattino e a cercare di cogliere un frammento dell’esistenza. E furono così i ventott’anni, i ventinove. Il 2020 ha portato con sé di nuovo quella stasi antica, quel senso di lasciarsi vivere che angoscia e soffoca e che a volte non lascia altra possibilità che fermarsi a immaginare, ma anche l’immaginazione, in tempi di “poca vita, sempre quella” sembra inaridirsi. Bisogna vivere per immaginare ed è difficile, quando i giorni scorrono senza alcuna direzione nuova, con una costante iterazione di pochi temi, come in quel brano di Terry Riley in cui pochi moduli vengono ripetuti e sovrapposti dagli strumentisti.

In questa sera d’estate, la malinconia sotto le pale della ventola, Serge Reggiani che canta di amori smarriti nell’hotel dei viaggiatori, forse mi sembra di comprendere perché negli ultimi giorni ho ricercato quasi ossessivamente i video dell’Italia campione d’Europa. Davano senso. Era successo qualcosa, qualcosa da raccontare, qualcosa su cui costruire una narrazione di questi giorni diversa da quella stasi che alla fine era riassumibile in una di quelle aperture icastiche di cui era maestro Marquez – “Quando il tempo si fermò, sulle prime non se ne accorsero. Si svegliarono due anni dopo e non avrebbero saputo dire dei giorni che erano passati.” Qualcosa del genere. Ora gli anni anonimi in cui tutto era diventato paura, solitudine, ascolto attento dei giornali della sera e visite delle USCA il sabato mattina avevano un frammento di riconoscibilità, un momento in cui ci eravamo tornati a guardare negli occhi e a parlare di altro. Un senso, certo transitorio, ma ogni senso che diamo al reale è transitorio. E allora mi attacco a questo frammento di realtà come nel 2012, nel mezzo dei miei anni di crisi, mi attaccai a quella nazionale di Prandelli che arrivò seconda a Kiev e poi alla Fiorentina di Montella e ai suoi quarti posti. Alla fine, il calcio è una cosa semplice quando lo si guarda, non ci sono che emozioni perché si può prevedere ben poco. In fondo, forse è di cose semplici che ho bisogno in queste sere di malinconia. Di un frammento di emozione.

Elogio dell’incomprensione – note sparse su un frammento di Anouilh

Comprendere… Voi non avete che questa parola in bocca, tutti, da quando ero piccola. Bisognava comprendere che non si può giocare con l’acqua, l’acqua bella che fugge, fredda, perché così si bagna il pavimento e con la terra, perché così ci si sporcano i vestiti. Bisognava comprendere che non si deve mangiare tutto in una volta, dare tutto quello che si ha in tasca al mendicante che incontri, correre, correre nel vento fino a che non si cade a terra e bere quando sei accaldato e fare il bagno quando è troppo presto o troppo tardi, ma non quando se ne ha semplicemente voglia! Comprendere. Sempre comprendere.

(J.Anouilh, Antigone)

Mi sono sempre ritrovato in questo passaggio dell’Antigone di Anouilh, in questa percezione del dovere che permea tutto e che progressivamente toglie la gioia delle piccole follie quotidiane, degli amori strappati alla noia di un sabato pomeriggio, dell’inseguimento dell’acqua in una sera d’estate. Ho sempre lottato contro i miei “non si fa” interiorizzati, contro le buone ragioni per negarsi il piacere e per aderire a degli standard esterni che escludono ciò che desidero. A diciott’anni salivo sui treni fermi alla stazione immaginando di prenderli, in seguito ho amato perdermi nelle strade di Firenze, in centro, nei pomeriggi di luglio, semplicemente per vedere dove sarei potuto arrivare e l’apparire del Forte di Belvedere in cima alla collina aveva il sapore della libertà.

Ho camminato a lungo con l’ombra delle mie comprensioni, con l’ombra di ciò che era giusto fare che relegava la vita alla pagina di un libro scritta o letta, eliminando l’atto e relegandolo nella fantasia. Ho navigato con il fantasma di Prufrock, che sussurrava “avrò il coraggio di turbare l’universo?”. E infine forse ho scoperto che era bello lasciarsi pervadere dal primo sole della primavera in piazza Pitti, seduto su un gradino, raccontando la mia storia ad altri occhi; ascoltando altre parole mi sentivo infine vicino, infine compreso all’interno di tutto quello che avevo per lungo tempo osservato dietro un vetro e la mia vita era infine un film in cui comparivo, anziché essere un semplice spettatore in sala. Infine forse ho scoperto che era bella la notte, quando andava avanti fino a tardi e le canzoni di De André risuonavano nella grande sala e io ero lì, solo lì, senza passato né futuro, immerso in quella cristallizzazione perfetta del presente, che si infilava tra le percezioni e i pensieri eternando i secondi di quei silenzi di giugno. Il vetro era frantumato e potevo toccare la materia del mondo senza sentirla fragile come i fantasmi della Tempesta di Shakespeare.

Non ho forse ancora imparato a non comprendere, però ho imparato a lasciarmi più spazio, ad abbracciare quei secondi in cui l’esistenza collassa su se stessa e il senso di tutto appare immerso nella bellezza dell’attimo. Queste parole di Antigone risuonano ancora, nella primavera piovosa, ancora evocano i fantasmi di ieri e fanno sognare i giorni che verranno in cui di nuovo riuscirò a non comprendere e ad afferrare un brandello di universo senza pensare troppo se sia giusto o sbagliato.

Gli abiti di scena

La stanza al quinto piano aveva il sapore dei mesi trascorsi, dei silenzi, delle attese. Sarebbero venuti quando tutto sarebbe finito e li avrebbero liberati, così avevano detto, ma ormai l’alternarsi delle stagioni aveva fatto divenire tenue la speranza. I giorni si erano fatti sempre più impercettibili e lo scorrere del tempo era segnato dai cambi di vestiti ai primi freddi o al ritornare della primavera. Le riserve di cibo nella stanza dei bambini erano sufficienti per dieci anni, avevano detto, e ancora non erano neanche a metà, dunque dovevano esserne passati non più di cinque. Ma contare le primavere quando il tempo era solo un capriccio e nessuno arrivava più all’orario stabilito era solo un gioco e si stancarono presto di farlo. Attendevano.

Trascorrevano molta parte della giornata nella sala della musica, affacciata sul balcone che dava a est. Dalla finestra, a volte si intravedevano rare persone che passavano per strada, cinque piani più sotto, e avrebbero avuto voglia di gridare “Che sta succedendo? Possiamo uscire? È finita?” e invece rimanevano in silenzio – “Non fatevi vedere, non fatevi sentire – avevano detto – verranno tempi duri, è meglio non importunare le persone, non sapete cosa potrebbero farvi se sapessero che siete lì”. L’unica cosa che avevano concesso loro era suonare. Lei era stata una grande cantante, prima della grande chiusura, e quando le avevano riservato un appartamento di sopravvivenza le avevano raccomandato di continuare ad esercitarsi, volevano preservarla in quanto benemerita della Nazione e non avrebbe avuto senso se poi, una volta uscita, non avesse più saputo articolare neanche una frase. Lui la accompagnava al piano e lei cantava, raccontando le storie che l’avevano resa famosa, quella di Penelope che tradì Odisseo con il fisarmonicista del bar vicino al mare, o quella del soldato partito in guerra e accortosi sul fronte di Gorizia che non c’era nulla da celebrare nella morte della gioventù per un vuoto ideale di nazione. Cantava della crisi del Duemilanove, della chiusura dell’orchestra di Atene. A volte, apriva un grande baule in cui teneva i vecchi abiti di scena e si trasformava, diventava la soldatessa, la violinista, diventava Penelope o la piratessa Jenny di quella canzone di Weill. Il marito, al pianoforte, suonava, con la diligenza con cui un tempo aveva eseguito Schubert, con cui aveva improvvisato sugli standard jazz, con cui, in un pomeriggio dei suoi diciannove anni, aveva dato il suo unico concerto da solista interpretando Rachmaninov di fronte a dodici persone. Negli intermezzi, parlavano.

“A volte ho l’impressione di non avere mai vissuto. Che questo vuoto duri da sempre. Quando ci siamo conosciuti? Chi siamo? In fondo, per quanto ne sappiamo oggi, la vita di ieri potrebbe essere soltanto un inganno, una storia che ci raccontiamo per inventare un tempo in cui non siamo stati qui, in cui c’erano luoghi, fuori, che conoscevano il nostro nome e che ci erano familiari.”

“Siamo esistiti, anche se tu non ricordi. Ti ho conosciuta durante una prova, suonavo in un piccolo gruppo, allora, facevamo canzoni berlinesi degli anni Venti, tu venisti a cantare e io ti guardavo, sera dopo sera, mentre le stagioni passavano e piano piano il mondo si accorgeva di noi e alcuni discografici iniziavano a popolare i nostri concerti. Eri così bella, allora, avevi ventidue anni, o forse qualcuno di più, non ricordo. Alla prima prova non ebbi il coraggio di chiederti il nome – nessuno lo ebbe e così rimanemmo indecisi su come chiamarti per qualche tempo, poi lo vedemmo scritto sulla terza pagina di un libro di poesie che portavi sempre e iniziammo timidamente ad evocarti. Sei diventata concreta lentamente, per molto tempo quasi non esistevi, poi hai avuto un nome e, dopo qualche tempo, quando trovai il coraggio di chiedertelo, una storia.”

“E se questo non fosse vero? Se questo non fosse mai accaduto? Se la vita non fosse sempre stata questa, se questo silenzio non fosse in realtà quello che abbiamo conosciuto fin dal primo giorno e questa lingua, che crediamo di utilizzare per comunicare con l’universo, in realtà non fosse il nostro modo privato di sfuggire all’oblio?”

“Ricordo che era un giorno di maggio. Camminammo insieme sulle mura della città. Allora, c’era un’altra guerra, lontano, in terre che avevamo sentito nominare solo di sfuggita, e in qualche modo ci sentivamo felici, io lì e tu al mio fianco e io pensai che forse avresti potuto essere la persona che avrebbe risanato le mie ferite, che mi avrebbe curato.”

“Tu ne parli e io ricordo le tue parole, ma ho dimenticato l’odore, ho dimenticato il tuo sguardo quel giorno sulle mura, ho scordato i tuoi silenzi, ho scordato che effetto mi facesse guardarti ancora non sapendo il tuo e il mio amore, il tuo e il mio futuro. Ricordo di più i miei sogni, quei sogni vividi che faccio ogni notte in cui sono Penelope, Persefone, Antigone. Ricordo… ieri mi hanno messo a morte per aver rispettato le leggi degli Dei, in un altro giorno che non rammento ho ucciso e sono fuggita e mi sentivo così libera, così libera e alla stazione dei treni ho preso il rapido per Vienna e il tempo aveva di nuovo un senso e di nuovo scorreva.”

“Avevo vissuto dall’adolescenza con le mie costrizioni, con gli obblighi, con le cose che vanno fatte. Ero stato un buon figlio, un buono studente, ma non c’ero mai stato davvero, nella mia vita. Non ero mai salito su un treno fermo alla stazione solo per vedere l’effetto che fa, non avevo mai fatto due fermate per arrivare nella città vicina solo per fare un giro nel centro medioevale, non avevo mai corso nella notte solo perché ne avevo voglia, non avevo mai suonato il pianoforte della stazione per cantare la canzone del soldato morto in guerra senza rancore. Avevo fatto le cose giuste, ma non avevo trovato il mio volto, avevo solo indossato quello che mi avevano detto di indossare. Poi sei arrivata tu e abbiamo preso i primi aerei e ho scritto nuove canzoni. Di notte, inventavamo la vita che avremmo voluto attraversare, di giorno viaggiavamo da un luogo all’altro e ci prendevamo sempre un’ora in cui fare ciò che volevamo, che fosse fuggire dall’ennesima intervista oppure ordinare tutte le pizze del menu del ristorante per poi fuggire senza ritirarle. Allora, scoprii la mia adolescenza e avevo già ventisette anni e tu eri così bella e la libertà sembrava lì a un passo.”

“Mi dicesti che ti eri innamorato di me, questo mi hai raccontato. Era una sera di primavera, forse, non ricordo. Avresti voluto baciarmi dietro la siepe del giardino in cima alla collina, guardando la campagna che si stendeva dietro la città, ma ne avesti il coraggio solo più tardi, quando, sulla porta dell’automobile, ti stavo ormai salutando. Questo mi hai raccontato, eppure io potrei raccontarti che è solo un tuo sogno e che questo è solo il sogno di Antigone, condannata a vivere ogni giorno la sua eterna morte.”

“Diventasti famosa, ci sposammo. Comprammo questa casa, ma prima che potessimo avere figli vennero, all’alba, a dicembre. Dissero che era necessario che rimanessimo qui, che fuori era diventato pericoloso stare, che si poteva morire e che la cultura del nostro Paese non poteva permettersi una simile perdita. Rimanete qui, ci dissero, verremo a chiamarvi quando tutto sarà finito.”

“Quella, là in fondo, è la porta dalla quale entrarono, ora credo di ricordare. Dietro, mi sembra che ci fosse una lunga scala e poi la strada. In fondo, la stazione e il treno. Credo di ricordare. Ci hanno tolto tutte le foto, ci hanno tolto tutto quello che ci potesse far comunicare con l’esterno ed eccoci qui e ora forse ricordo il tuo volto di ragazzo, confuso con la realtà dei sogni.”

“Apriranno la porta, torneranno. O forse la apriremo noi. Ci hanno detto di non farlo, ma non l’hanno chiusa a chiave. Uscite, se volete, hanno detto, ma a vostro rischio e pericolo. Noi siamo rimasti qui perché così era giusto, perché così ci era richiesto. Dietro la porta, ci sono i nostri ricordi, le nostre vite, hanno nascosto le nostre foto in una rientranza nel muro, subito fuori.”

“E se aprissimo? Se andassimo al di là, se provassimo a vedere se è vero ciò che ci hanno detto o se ci hanno ingannato? Andremo di là, scenderemo le scale e prenderemo il treno e tutto sarà come prima e ritroveremo tutto quello che è stato nostro, non vedremo più questo vecchio divano, queste imitazioni di Klimt appese alle pareti, questo grande tavolo rotondo su cui mi dici che un tempo pranzavamo con i nostri amici, questo grande pianoforte accanto al quale creo storie che non riesco più a distinguere dalla verità.”

“Magari non c’è niente, di là, o forse c’è la morte. Qui possiamo essere chi vogliamo, di là dovremo fissarci in un’immagine, in un volto. Di nuovo, tu sarai la grande cantante e io sarò il tuo compagno e ti vedrò negli intervalli tra i concerti e non ti potrò più raccontare la vita, non potrò più guardare il tuo volto al mattino, dovrò attenderti nelle intercapedini della sera, sperando che tu non sia troppo stanca per parlare o troppo ubriaca.”

“Davvero era questa la vita? Davvero era questo non parlarsi, non vedersi?”

“Lo è stato a lungo. Questi sogni, questi giorni, sono molto più vividi dei giorni sbiaditi che si ripetevano un tempo, in cui il ritmo del lavoro ci allontanava, non avevamo più tempo per l’amore, per la bellezza, per l’arte, tutto era scandito dalle prove e dai concerti e non riconoscevo più lo sguardo che ti avevo visto negli occhi quel giorno sulle mura.”

“Stanotte ho sognato di aprire la porta. Tutto era deserto. Scendevamo le scale e arrivavamo in strada. In fondo alla strada, la stazione, alla stazione, il rapido per Vienna. Nessuno ci riconosceva, era passato troppo tempo, eravamo troppo cambiati, partivamo e diventavamo altro, tu venditore di pubblicità per i giornali locali di Graz, io trapezista in un circo.”

“È un bel sogno, ma fuori di qui dovremmo tornare a pensare a come mangiare, a come soddisfare i nostri bisogni. Qui la dispensa è sempre piena e il corridoio ha una immensa biblioteca con tutti i libri mai scritti. Ogni giorno ne prendo uno e ogni giorno lo finisco. Non c’è noia, bisogna solo ricordarsi chi siamo per non sbiadire.”

“Non ha senso raccontare una storia che non ha futuro. Dammi la mano. Ora aprirò la porta e saremo di nuovo liberi e fuggiremo via. Vedremo cosa accadrà.”

“Sei folle.”

“Lo siamo entrambi.”

Fuggirono con un vestito da sposa e con un vecchio frac. Il rapido per Vienna partiva alle nove. Presero le foto nel muro e si riconobbero di nuovo, lei ritrovò il volto di lui nei giorni del loro primo amore, lui rivide le mura su cui aveva sognato la libertà.

Mi hanno raccontato questa storia più volte, durante i miei viaggi. Alcuni sostengono che si trattasse della Regina e del Principe, due senza fissa dimora morti assiderati il 24 dicembre 2020 nella stazione di Firenze, mentre la città ascoltava le notizie sulla pandemia. Altri che fosse un racconto di una vecchia infermiera del manicomio di San Salvi su due degenti che erano riusciti a fuggire. Non so chi abbia ragione, è una storia raccontata da molti e contaminata dalla fantasia di tanti. Eppure, a Graz, una sera mi sono fermato in una birreria gestita da un italiano. Dentro, una donna con gli occhi azzurri sulla quarantina cantava una canzone berlinese degli anni Venti. Dietro il banco, un uomo con i baffi sottili citava a memoria in italiano le parole di centomila poesie che diceva di aver letto e memorizzato in lunghi anni di clausura. Ordinai una birra, mi sedetti al tavolo. La mia compagna, quella sera, mi trovò stranamente silenzioso.

Brahms, in primavera

Per quanto tempo avevamo atteso la primavera? Ottobre, mesi prima, ci aveva quasi sorpreso. Uscivamo dalle speranze delle sere d’estate, in cui tutto sembrava finito, la paralisi del tempo era stata solo una delle tante deviazioni della storia, qualche mese di ritardo sulle magnifiche sorti e progressive. A ottobre rientravamo tardi e stavamo a parlare per ore. Coglievo frammenti di storie da volti di donna nelle sere in Santo Spirito – non faceva ancora freddo e la birra costava poco più dello schiudersi delle anime prima del sonno e tutto era al suo posto. A teatro davano Brahms, la Prima Sinfonia, e non comprendevo gli anni del suo tormento, il peso delle parole di Schumann che lo avevano condannato ad essere il più grande autore di sinfonie dopo Beethoven, lo scivolare in una senilità precoce segnalata dalla barba incolta già a metà dei vent’anni. Il tempo, è vero, aveva rallentato, in primavera, per breve tempo, ma aveva ripreso ben presto a correre alla velocità che conoscevamo e non si potevano immaginare anni ed anni passati a dimenticare quelle parole sulla Neue Zeitschrift für Musik, anni a cercare di divenire pronti per un destino già scritto. Uscivo dal teatro e qualcosa mi sfuggiva. Forse si trattava della tristezza tragica di un uomo condannato a inseguire per sempre il passato, forse era quel lento trascorrere dei giorni che non era perdere qualcosa, ma avanzare lentamente verso una faticosa maturità.

Ottobre riportò la lentezza della primavera. Di nuovo, una paura sottile invadeva le giornate, di nuovo a cena si facevano i conti con i numeri dei morti, dei contagiati, ci si chiedeva se sarebbe successo anche a noi, se ce l’avremmo fatta. Durerà tanto, si diceva, ora l’estate è lontana. L’amore diventava un privilegio da vivere nei giorni di festa e la mano che desideravo stringere era lontana, spesso, e nelle sere di pioggia a volte ci si poteva sentire soli come non ci si sentiva da tempo. Anche la musica era finita, mesi di prove programmate erano svaniti, di nuovo i teatri erano chiusi e d’improvviso ero chiuso fuori dalla mia vita, da quella serena routine di concerti una volta al mese, dalla speranza di avere qualche pezzo eseguito, dall’idea di procedere come musicista o come compositore. Il tempo tornava ad avere il sapore delle lunghe attese, dei secoli in cui ogni inverno si attendeva la primavera per tornare a vivere e si contemplava lo scorrere dei giorni come se non ci appartenesse. Come gli angeli di Wim Wenders, la mia vita si popolò di storie, ascoltate o lette, tra le quali camminavo in un mondo in bianco e nero, sul quale mi era negato il privilegio dell’azione, e mi tornavano in mente quelle parole del Prufrock di Eliot, “Avrò il coraggio di turbare l’universo?”.

E infine eccomi là, alla fine della primavera. Avevo inseguito Rumiz tra le pagine delle sue peregrinazioni lungo il confine sovietico, osservato la redenzione del monaco Anatolij in Ostrov di Pavel Lungin e riscoperto aspetti della mia fede che credevo spenti – ripresi, allora, a leggere i libri dei profeti e a meditare i Salmi, cercando nel silenzio della vita la voce della mia ricerca di senso, un significato che venisse da tempi più duri e da altri esili. Avevo incrociato le vite sofferenti nelle vie di Genova raccontate da Milone, gli angeli di Wenders alla ricerca dell’amore di una trapezista che permettesse loro di avvertire, infine, qualcosa, di avere una loro storia e alla fine ero tornato là, di fronte a Brahms, all’inizio della primavera, quando le pagine di Murakami mi restituirono le impressioni di Ozawa Seiji sulle esecuzioni dei concerti per pianoforte del compositore di Amburgo e misi di nuovo nello stereo la Prima Sinfonia.

E forse credetti di intuire qualcosa di lui, di comprendere le ragioni di quel tempo passato a studiare, a meditare, a inseguire l’ombra di quello che doveva diventare. A dare forma a quello che altri avevano detto di lui, costretto a definire un’identità per allontanarsi dal passato. Per la prima volta riuscii a seguire le sue frasi prosastiche, che si perdevano tra le macerie della sintesi beethoveniana come il Danubio lungo i residui del mondo di ieri nelle pagine di Werfel e di Magris, che delineavano una storia complessa, articolata, meditata con il passare dei giorni e delle stagioni, contro l’icasticità del compositore di Bonn. In fondo, Beethoven parlava in musica utilizzando le regole dell’oratoria della Rivoluzione Francese – per prima cosa, iniziare le frasi con poche parole comprensibili che riassumessero il tema del discorso, quindi sviluppare i vari temi – Brahms descriveva l’Austria Felix con epica tostojana, con quella stessa capacità di mantenere una coesione interna pur passando pagine e pagine a descrivere la partecipazione di Levin al raccolto che si evidenzia in Anna Karenina o in Guerra e pace. Il mondo brahmsiano non era il mondo schubertiano, che affrontava la sconfitta di confrontarsi con il modello di Beethoven perdendosi in troppi temi, in troppi racconti che facevano smarrire, né il mondo mahleriano che esprimeva la molteplicità delle spinte pulsionali di una società viennese ormai prossima alla guerra, era forse invece l’ultimo tentativo di riunire la molteplicità dell’esistente in un unico canto.

Quando tornò la primavera, ascoltai di nuovo Brahms e fu tutto diverso. Vi trovai i miei sedici anni passati a leggere i romanzi russi, la musica che scorreva con la complessità dell’esistenza, permettendosi di non semplificare ma di indugiare sui dettagli. Vi trovai le pagine di Germinale che avevo amato all’epoca, il racconto appassionato di Zola degli scioperi sotto Napoleone III, vi intravidi frammenti di quell’illusione del naturalismo di poter racchiudere la realtà nella razionalità della parola. E compresi che forse quando avevo studiato Brahms, a diciannove anni, non ero pronto a comprenderlo, come del resto era avvenuto per tanta filosofia ai tempi del liceo. Avevo bisogno di un tempo di esplorazione, di un tempo di sedimentazione. E sul finire dei giorni della stagione morta mi sentii felice, al termine della Prima sinfonia.

Tempi di transizione

La sera ascolto Keith Jarrett, leggo Rumiz. Parla di Trieste, delle vie che conducono a Vienna. Ripenso a quella Vienna conosciuta nel gennaio 2020, quando ancora progettavamo i viaggi per l’estate e rimanevo in coda per due ore per i posti in piedi alla Staatsoper, reggendo stoicamente all’assalto dei bagarini che proponevano karten a cento euro forte di una sorta di fratellanza spirituale con gli altri sconosciuti in fila. Allora guardavamo con disapprovazione chi cedeva al richiamo di un biglietto in galleria e ci rintanavamo nella nostra ferrea fiducia nel progressivo avvicinarsi all’entrata. Ripenso al Fledermaus, visto in quell’occasione, alla precisione dell’orchestra della Staatsoper, all’infinita fortuna che mi aveva messo davanti due simpatici signori russi che avevano impostato i sopratitoli nella loro splendida ma per me incomprensibile lingua natale costringendomi a ricorrere alle mie pessime competenze di tedesco per capire qualcosa della trama. Ripenso alle scalinate, ai ragazzi in giacca e cravatta, alla scoperta lenta del teatro, dei suoi luoghi riposti, della sua ricchezza da fine impero.

La neve di Vienna è lontana, in questi giorni di solitudine. Jarrett suona e tornano le immagini della Karlskirche, dei tentativi di incastrare i percorsi della metropolitana con quelli di tramvie e autobus per arrivare a Schönbrunn. Oggi la vita è ferma da tempo e le partenze si immaginano nei libri, nella musica che ormai si può solo ascoltare e non suonare. Gli amori sono lontani, separati dalle zone rosse e dalle quarantene e rimango da solo in un letto in periferia, con i miei silenzi da ascoltatore di storie che sente da tempo di non avere più nulla da raccontare. In fondo, penso, è quasi bella, questa tristezza. Profuma di ricordo e fa quasi affiorare intorno a me le strade d’Europa che ho attraversato, l’Oceano conosciuto a Cadice, la pioggia nelle vie di Cordoba, la scoperta di Klimt nei sotterranei del Palazzo della Secessione e non lo avevo mai apprezzato davvero e ne rimasi affascinato. Un tempo, questi erano i giorni in cui attendevo l’estate, ora l’inverno sembra ancora permeare le vie di Firenze e voglio solo rimanere qui, su questo letto disfatto, con Jarrett che suona una frase che ricorda vagamente un passaggio di Luci della ribalta su cui, quando ero bambino, si esibiva un clown di un circo che passava ogni estate nel paese di mio padre, giù in Abruzzo.

Mi rendo conto di scrivere transizioni. Con la musica, con le parole. Non riesco ad avere la sicurezza di un tema o di una storia. Mi soffermo nei tempi di passaggio, indugio nelle intercapedini tra una definizione e l’altra e le espando all’infinito fino a farne il centro della mia attenzione. Forse non è che questo, questo tempo, questa notte. Una lunga transizione in cui i frammenti del passato si affiancano caoticamente ai sogni di futuro senza che emerga mai niente che dia un senso a tutto. Emerge solo questa tristezza che non fa male, questa tristezza in cui è bello stare perché mi fa rifugiare tra le braccia di un libro, di una storia, del pianoforte di Jarrett che continua a suonare. Non si può chiedere un senso a questi giorni inquieti. Si può solo stare su un letto disfatto e sognare Vienna, come in uno di quei movimenti mahleriani che si dilatano all’infinito fino a disorientare e di cui alla fine non ricordi un tema, ma solo una vaga impressione.

Nella notte, Jarrett continua a suonare. In fondo, anche il concerto di Köln non è che un’infinita transizione.