Elogio dell’incomprensione – note sparse su un frammento di Anouilh

Comprendere… Voi non avete che questa parola in bocca, tutti, da quando ero piccola. Bisognava comprendere che non si può giocare con l’acqua, l’acqua bella che fugge, fredda, perché così si bagna il pavimento e con la terra, perché così ci si sporcano i vestiti. Bisognava comprendere che non si deve mangiare tutto in una volta, dare tutto quello che si ha in tasca al mendicante che incontri, correre, correre nel vento fino a che non si cade a terra e bere quando sei accaldato e fare il bagno quando è troppo presto o troppo tardi, ma non quando se ne ha semplicemente voglia! Comprendere. Sempre comprendere.

(J.Anouilh, Antigone)

Mi sono sempre ritrovato in questo passaggio dell’Antigone di Anouilh, in questa percezione del dovere che permea tutto e che progressivamente toglie la gioia delle piccole follie quotidiane, degli amori strappati alla noia di un sabato pomeriggio, dell’inseguimento dell’acqua in una sera d’estate. Ho sempre lottato contro i miei “non si fa” interiorizzati, contro le buone ragioni per negarsi il piacere e per aderire a degli standard esterni che escludono ciò che desidero. A diciott’anni salivo sui treni fermi alla stazione immaginando di prenderli, in seguito ho amato perdermi nelle strade di Firenze, in centro, nei pomeriggi di luglio, semplicemente per vedere dove sarei potuto arrivare e l’apparire del Forte di Belvedere in cima alla collina aveva il sapore della libertà.

Ho camminato a lungo con l’ombra delle mie comprensioni, con l’ombra di ciò che era giusto fare che relegava la vita alla pagina di un libro scritta o letta, eliminando l’atto e relegandolo nella fantasia. Ho navigato con il fantasma di Prufrock, che sussurrava “avrò il coraggio di turbare l’universo?”. E infine forse ho scoperto che era bello lasciarsi pervadere dal primo sole della primavera in piazza Pitti, seduto su un gradino, raccontando la mia storia ad altri occhi; ascoltando altre parole mi sentivo infine vicino, infine compreso all’interno di tutto quello che avevo per lungo tempo osservato dietro un vetro e la mia vita era infine un film in cui comparivo, anziché essere un semplice spettatore in sala. Infine forse ho scoperto che era bella la notte, quando andava avanti fino a tardi e le canzoni di De André risuonavano nella grande sala e io ero lì, solo lì, senza passato né futuro, immerso in quella cristallizzazione perfetta del presente, che si infilava tra le percezioni e i pensieri eternando i secondi di quei silenzi di giugno. Il vetro era frantumato e potevo toccare la materia del mondo senza sentirla fragile come i fantasmi della Tempesta di Shakespeare.

Non ho forse ancora imparato a non comprendere, però ho imparato a lasciarmi più spazio, ad abbracciare quei secondi in cui l’esistenza collassa su se stessa e il senso di tutto appare immerso nella bellezza dell’attimo. Queste parole di Antigone risuonano ancora, nella primavera piovosa, ancora evocano i fantasmi di ieri e fanno sognare i giorni che verranno in cui di nuovo riuscirò a non comprendere e ad afferrare un brandello di universo senza pensare troppo se sia giusto o sbagliato.

Gli abiti di scena

La stanza al quinto piano aveva il sapore dei mesi trascorsi, dei silenzi, delle attese. Sarebbero venuti quando tutto sarebbe finito e li avrebbero liberati, così avevano detto, ma ormai l’alternarsi delle stagioni aveva fatto divenire tenue la speranza. I giorni si erano fatti sempre più impercettibili e lo scorrere del tempo era segnato dai cambi di vestiti ai primi freddi o al ritornare della primavera. Le riserve di cibo nella stanza dei bambini erano sufficienti per dieci anni, avevano detto, e ancora non erano neanche a metà, dunque dovevano esserne passati non più di cinque. Ma contare le primavere quando il tempo era solo un capriccio e nessuno arrivava più all’orario stabilito era solo un gioco e si stancarono presto di farlo. Attendevano.

Trascorrevano molta parte della giornata nella sala della musica, affacciata sul balcone che dava a est. Dalla finestra, a volte si intravedevano rare persone che passavano per strada, cinque piani più sotto, e avrebbero avuto voglia di gridare “Che sta succedendo? Possiamo uscire? È finita?” e invece rimanevano in silenzio – “Non fatevi vedere, non fatevi sentire – avevano detto – verranno tempi duri, è meglio non importunare le persone, non sapete cosa potrebbero farvi se sapessero che siete lì”. L’unica cosa che avevano concesso loro era suonare. Lei era stata una grande cantante, prima della grande chiusura, e quando le avevano riservato un appartamento di sopravvivenza le avevano raccomandato di continuare ad esercitarsi, volevano preservarla in quanto benemerita della Nazione e non avrebbe avuto senso se poi, una volta uscita, non avesse più saputo articolare neanche una frase. Lui la accompagnava al piano e lei cantava, raccontando le storie che l’avevano resa famosa, quella di Penelope che tradì Odisseo con il fisarmonicista del bar vicino al mare, o quella del soldato partito in guerra e accortosi sul fronte di Gorizia che non c’era nulla da celebrare nella morte della gioventù per un vuoto ideale di nazione. Cantava della crisi del Duemilanove, della chiusura dell’orchestra di Atene. A volte, apriva un grande baule in cui teneva i vecchi abiti di scena e si trasformava, diventava la soldatessa, la violinista, diventava Penelope o la piratessa Jenny di quella canzone di Weill. Il marito, al pianoforte, suonava, con la diligenza con cui un tempo aveva eseguito Schubert, con cui aveva improvvisato sugli standard jazz, con cui, in un pomeriggio dei suoi diciannove anni, aveva dato il suo unico concerto da solista interpretando Rachmaninov di fronte a dodici persone. Negli intermezzi, parlavano.

“A volte ho l’impressione di non avere mai vissuto. Che questo vuoto duri da sempre. Quando ci siamo conosciuti? Chi siamo? In fondo, per quanto ne sappiamo oggi, la vita di ieri potrebbe essere soltanto un inganno, una storia che ci raccontiamo per inventare un tempo in cui non siamo stati qui, in cui c’erano luoghi, fuori, che conoscevano il nostro nome e che ci erano familiari.”

“Siamo esistiti, anche se tu non ricordi. Ti ho conosciuta durante una prova, suonavo in un piccolo gruppo, allora, facevamo canzoni berlinesi degli anni Venti, tu venisti a cantare e io ti guardavo, sera dopo sera, mentre le stagioni passavano e piano piano il mondo si accorgeva di noi e alcuni discografici iniziavano a popolare i nostri concerti. Eri così bella, allora, avevi ventidue anni, o forse qualcuno di più, non ricordo. Alla prima prova non ebbi il coraggio di chiederti il nome – nessuno lo ebbe e così rimanemmo indecisi su come chiamarti per qualche tempo, poi lo vedemmo scritto sulla terza pagina di un libro di poesie che portavi sempre e iniziammo timidamente ad evocarti. Sei diventata concreta lentamente, per molto tempo quasi non esistevi, poi hai avuto un nome e, dopo qualche tempo, quando trovai il coraggio di chiedertelo, una storia.”

“E se questo non fosse vero? Se questo non fosse mai accaduto? Se la vita non fosse sempre stata questa, se questo silenzio non fosse in realtà quello che abbiamo conosciuto fin dal primo giorno e questa lingua, che crediamo di utilizzare per comunicare con l’universo, in realtà non fosse il nostro modo privato di sfuggire all’oblio?”

“Ricordo che era un giorno di maggio. Camminammo insieme sulle mura della città. Allora, c’era un’altra guerra, lontano, in terre che avevamo sentito nominare solo di sfuggita, e in qualche modo ci sentivamo felici, io lì e tu al mio fianco e io pensai che forse avresti potuto essere la persona che avrebbe risanato le mie ferite, che mi avrebbe curato.”

“Tu ne parli e io ricordo le tue parole, ma ho dimenticato l’odore, ho dimenticato il tuo sguardo quel giorno sulle mura, ho scordato i tuoi silenzi, ho scordato che effetto mi facesse guardarti ancora non sapendo il tuo e il mio amore, il tuo e il mio futuro. Ricordo di più i miei sogni, quei sogni vividi che faccio ogni notte in cui sono Penelope, Persefone, Antigone. Ricordo… ieri mi hanno messo a morte per aver rispettato le leggi degli Dei, in un altro giorno che non rammento ho ucciso e sono fuggita e mi sentivo così libera, così libera e alla stazione dei treni ho preso il rapido per Vienna e il tempo aveva di nuovo un senso e di nuovo scorreva.”

“Avevo vissuto dall’adolescenza con le mie costrizioni, con gli obblighi, con le cose che vanno fatte. Ero stato un buon figlio, un buono studente, ma non c’ero mai stato davvero, nella mia vita. Non ero mai salito su un treno fermo alla stazione solo per vedere l’effetto che fa, non avevo mai fatto due fermate per arrivare nella città vicina solo per fare un giro nel centro medioevale, non avevo mai corso nella notte solo perché ne avevo voglia, non avevo mai suonato il pianoforte della stazione per cantare la canzone del soldato morto in guerra senza rancore. Avevo fatto le cose giuste, ma non avevo trovato il mio volto, avevo solo indossato quello che mi avevano detto di indossare. Poi sei arrivata tu e abbiamo preso i primi aerei e ho scritto nuove canzoni. Di notte, inventavamo la vita che avremmo voluto attraversare, di giorno viaggiavamo da un luogo all’altro e ci prendevamo sempre un’ora in cui fare ciò che volevamo, che fosse fuggire dall’ennesima intervista oppure ordinare tutte le pizze del menu del ristorante per poi fuggire senza ritirarle. Allora, scoprii la mia adolescenza e avevo già ventisette anni e tu eri così bella e la libertà sembrava lì a un passo.”

“Mi dicesti che ti eri innamorato di me, questo mi hai raccontato. Era una sera di primavera, forse, non ricordo. Avresti voluto baciarmi dietro la siepe del giardino in cima alla collina, guardando la campagna che si stendeva dietro la città, ma ne avesti il coraggio solo più tardi, quando, sulla porta dell’automobile, ti stavo ormai salutando. Questo mi hai raccontato, eppure io potrei raccontarti che è solo un tuo sogno e che questo è solo il sogno di Antigone, condannata a vivere ogni giorno la sua eterna morte.”

“Diventasti famosa, ci sposammo. Comprammo questa casa, ma prima che potessimo avere figli vennero, all’alba, a dicembre. Dissero che era necessario che rimanessimo qui, che fuori era diventato pericoloso stare, che si poteva morire e che la cultura del nostro Paese non poteva permettersi una simile perdita. Rimanete qui, ci dissero, verremo a chiamarvi quando tutto sarà finito.”

“Quella, là in fondo, è la porta dalla quale entrarono, ora credo di ricordare. Dietro, mi sembra che ci fosse una lunga scala e poi la strada. In fondo, la stazione e il treno. Credo di ricordare. Ci hanno tolto tutte le foto, ci hanno tolto tutto quello che ci potesse far comunicare con l’esterno ed eccoci qui e ora forse ricordo il tuo volto di ragazzo, confuso con la realtà dei sogni.”

“Apriranno la porta, torneranno. O forse la apriremo noi. Ci hanno detto di non farlo, ma non l’hanno chiusa a chiave. Uscite, se volete, hanno detto, ma a vostro rischio e pericolo. Noi siamo rimasti qui perché così era giusto, perché così ci era richiesto. Dietro la porta, ci sono i nostri ricordi, le nostre vite, hanno nascosto le nostre foto in una rientranza nel muro, subito fuori.”

“E se aprissimo? Se andassimo al di là, se provassimo a vedere se è vero ciò che ci hanno detto o se ci hanno ingannato? Andremo di là, scenderemo le scale e prenderemo il treno e tutto sarà come prima e ritroveremo tutto quello che è stato nostro, non vedremo più questo vecchio divano, queste imitazioni di Klimt appese alle pareti, questo grande tavolo rotondo su cui mi dici che un tempo pranzavamo con i nostri amici, questo grande pianoforte accanto al quale creo storie che non riesco più a distinguere dalla verità.”

“Magari non c’è niente, di là, o forse c’è la morte. Qui possiamo essere chi vogliamo, di là dovremo fissarci in un’immagine, in un volto. Di nuovo, tu sarai la grande cantante e io sarò il tuo compagno e ti vedrò negli intervalli tra i concerti e non ti potrò più raccontare la vita, non potrò più guardare il tuo volto al mattino, dovrò attenderti nelle intercapedini della sera, sperando che tu non sia troppo stanca per parlare o troppo ubriaca.”

“Davvero era questa la vita? Davvero era questo non parlarsi, non vedersi?”

“Lo è stato a lungo. Questi sogni, questi giorni, sono molto più vividi dei giorni sbiaditi che si ripetevano un tempo, in cui il ritmo del lavoro ci allontanava, non avevamo più tempo per l’amore, per la bellezza, per l’arte, tutto era scandito dalle prove e dai concerti e non riconoscevo più lo sguardo che ti avevo visto negli occhi quel giorno sulle mura.”

“Stanotte ho sognato di aprire la porta. Tutto era deserto. Scendevamo le scale e arrivavamo in strada. In fondo alla strada, la stazione, alla stazione, il rapido per Vienna. Nessuno ci riconosceva, era passato troppo tempo, eravamo troppo cambiati, partivamo e diventavamo altro, tu venditore di pubblicità per i giornali locali di Graz, io trapezista in un circo.”

“È un bel sogno, ma fuori di qui dovremmo tornare a pensare a come mangiare, a come soddisfare i nostri bisogni. Qui la dispensa è sempre piena e il corridoio ha una immensa biblioteca con tutti i libri mai scritti. Ogni giorno ne prendo uno e ogni giorno lo finisco. Non c’è noia, bisogna solo ricordarsi chi siamo per non sbiadire.”

“Non ha senso raccontare una storia che non ha futuro. Dammi la mano. Ora aprirò la porta e saremo di nuovo liberi e fuggiremo via. Vedremo cosa accadrà.”

“Sei folle.”

“Lo siamo entrambi.”

Fuggirono con un vestito da sposa e con un vecchio frac. Il rapido per Vienna partiva alle nove. Presero le foto nel muro e si riconobbero di nuovo, lei ritrovò il volto di lui nei giorni del loro primo amore, lui rivide le mura su cui aveva sognato la libertà.

Mi hanno raccontato questa storia più volte, durante i miei viaggi. Alcuni sostengono che si trattasse della Regina e del Principe, due senza fissa dimora morti assiderati il 24 dicembre 2020 nella stazione di Firenze, mentre la città ascoltava le notizie sulla pandemia. Altri che fosse un racconto di una vecchia infermiera del manicomio di San Salvi su due degenti che erano riusciti a fuggire. Non so chi abbia ragione, è una storia raccontata da molti e contaminata dalla fantasia di tanti. Eppure, a Graz, una sera mi sono fermato in una birreria gestita da un italiano. Dentro, una donna con gli occhi azzurri sulla quarantina cantava una canzone berlinese degli anni Venti. Dietro il banco, un uomo con i baffi sottili citava a memoria in italiano le parole di centomila poesie che diceva di aver letto e memorizzato in lunghi anni di clausura. Ordinai una birra, mi sedetti al tavolo. La mia compagna, quella sera, mi trovò stranamente silenzioso.

Brahms, in primavera

Per quanto tempo avevamo atteso la primavera? Ottobre, mesi prima, ci aveva quasi sorpreso. Uscivamo dalle speranze delle sere d’estate, in cui tutto sembrava finito, la paralisi del tempo era stata solo una delle tante deviazioni della storia, qualche mese di ritardo sulle magnifiche sorti e progressive. A ottobre rientravamo tardi e stavamo a parlare per ore. Coglievo frammenti di storie da volti di donna nelle sere in Santo Spirito – non faceva ancora freddo e la birra costava poco più dello schiudersi delle anime prima del sonno e tutto era al suo posto. A teatro davano Brahms, la Prima Sinfonia, e non comprendevo gli anni del suo tormento, il peso delle parole di Schumann che lo avevano condannato ad essere il più grande autore di sinfonie dopo Beethoven, lo scivolare in una senilità precoce segnalata dalla barba incolta già a metà dei vent’anni. Il tempo, è vero, aveva rallentato, in primavera, per breve tempo, ma aveva ripreso ben presto a correre alla velocità che conoscevamo e non si potevano immaginare anni ed anni passati a dimenticare quelle parole sulla Neue Zeitschrift für Musik, anni a cercare di divenire pronti per un destino già scritto. Uscivo dal teatro e qualcosa mi sfuggiva. Forse si trattava della tristezza tragica di un uomo condannato a inseguire per sempre il passato, forse era quel lento trascorrere dei giorni che non era perdere qualcosa, ma avanzare lentamente verso una faticosa maturità.

Ottobre riportò la lentezza della primavera. Di nuovo, una paura sottile invadeva le giornate, di nuovo a cena si facevano i conti con i numeri dei morti, dei contagiati, ci si chiedeva se sarebbe successo anche a noi, se ce l’avremmo fatta. Durerà tanto, si diceva, ora l’estate è lontana. L’amore diventava un privilegio da vivere nei giorni di festa e la mano che desideravo stringere era lontana, spesso, e nelle sere di pioggia a volte ci si poteva sentire soli come non ci si sentiva da tempo. Anche la musica era finita, mesi di prove programmate erano svaniti, di nuovo i teatri erano chiusi e d’improvviso ero chiuso fuori dalla mia vita, da quella serena routine di concerti una volta al mese, dalla speranza di avere qualche pezzo eseguito, dall’idea di procedere come musicista o come compositore. Il tempo tornava ad avere il sapore delle lunghe attese, dei secoli in cui ogni inverno si attendeva la primavera per tornare a vivere e si contemplava lo scorrere dei giorni come se non ci appartenesse. Come gli angeli di Wim Wenders, la mia vita si popolò di storie, ascoltate o lette, tra le quali camminavo in un mondo in bianco e nero, sul quale mi era negato il privilegio dell’azione, e mi tornavano in mente quelle parole del Prufrock di Eliot, “Avrò il coraggio di turbare l’universo?”.

E infine eccomi là, alla fine della primavera. Avevo inseguito Rumiz tra le pagine delle sue peregrinazioni lungo il confine sovietico, osservato la redenzione del monaco Anatolij in Ostrov di Pavel Lungin e riscoperto aspetti della mia fede che credevo spenti – ripresi, allora, a leggere i libri dei profeti e a meditare i Salmi, cercando nel silenzio della vita la voce della mia ricerca di senso, un significato che venisse da tempi più duri e da altri esili. Avevo incrociato le vite sofferenti nelle vie di Genova raccontate da Milone, gli angeli di Wenders alla ricerca dell’amore di una trapezista che permettesse loro di avvertire, infine, qualcosa, di avere una loro storia e alla fine ero tornato là, di fronte a Brahms, all’inizio della primavera, quando le pagine di Murakami mi restituirono le impressioni di Ozawa Seiji sulle esecuzioni dei concerti per pianoforte del compositore di Amburgo e misi di nuovo nello stereo la Prima Sinfonia.

E forse credetti di intuire qualcosa di lui, di comprendere le ragioni di quel tempo passato a studiare, a meditare, a inseguire l’ombra di quello che doveva diventare. A dare forma a quello che altri avevano detto di lui, costretto a definire un’identità per allontanarsi dal passato. Per la prima volta riuscii a seguire le sue frasi prosastiche, che si perdevano tra le macerie della sintesi beethoveniana come il Danubio lungo i residui del mondo di ieri nelle pagine di Werfel e di Magris, che delineavano una storia complessa, articolata, meditata con il passare dei giorni e delle stagioni, contro l’icasticità del compositore di Bonn. In fondo, Beethoven parlava in musica utilizzando le regole dell’oratoria della Rivoluzione Francese – per prima cosa, iniziare le frasi con poche parole comprensibili che riassumessero il tema del discorso, quindi sviluppare i vari temi – Brahms descriveva l’Austria Felix con epica tostojana, con quella stessa capacità di mantenere una coesione interna pur passando pagine e pagine a descrivere la partecipazione di Levin al raccolto che si evidenzia in Anna Karenina o in Guerra e pace. Il mondo brahmsiano non era il mondo schubertiano, che affrontava la sconfitta di confrontarsi con il modello di Beethoven perdendosi in troppi temi, in troppi racconti che facevano smarrire, né il mondo mahleriano che esprimeva la molteplicità delle spinte pulsionali di una società viennese ormai prossima alla guerra, era forse invece l’ultimo tentativo di riunire la molteplicità dell’esistente in un unico canto.

Quando tornò la primavera, ascoltai di nuovo Brahms e fu tutto diverso. Vi trovai i miei sedici anni passati a leggere i romanzi russi, la musica che scorreva con la complessità dell’esistenza, permettendosi di non semplificare ma di indugiare sui dettagli. Vi trovai le pagine di Germinale che avevo amato all’epoca, il racconto appassionato di Zola degli scioperi sotto Napoleone III, vi intravidi frammenti di quell’illusione del naturalismo di poter racchiudere la realtà nella razionalità della parola. E compresi che forse quando avevo studiato Brahms, a diciannove anni, non ero pronto a comprenderlo, come del resto era avvenuto per tanta filosofia ai tempi del liceo. Avevo bisogno di un tempo di esplorazione, di un tempo di sedimentazione. E sul finire dei giorni della stagione morta mi sentii felice, al termine della Prima sinfonia.

Tempi di transizione

La sera ascolto Keith Jarrett, leggo Rumiz. Parla di Trieste, delle vie che conducono a Vienna. Ripenso a quella Vienna conosciuta nel gennaio 2020, quando ancora progettavamo i viaggi per l’estate e rimanevo in coda per due ore per i posti in piedi alla Staatsoper, reggendo stoicamente all’assalto dei bagarini che proponevano karten a cento euro forte di una sorta di fratellanza spirituale con gli altri sconosciuti in fila. Allora guardavamo con disapprovazione chi cedeva al richiamo di un biglietto in galleria e ci rintanavamo nella nostra ferrea fiducia nel progressivo avvicinarsi all’entrata. Ripenso al Fledermaus, visto in quell’occasione, alla precisione dell’orchestra della Staatsoper, all’infinita fortuna che mi aveva messo davanti due simpatici signori russi che avevano impostato i sopratitoli nella loro splendida ma per me incomprensibile lingua natale costringendomi a ricorrere alle mie pessime competenze di tedesco per capire qualcosa della trama. Ripenso alle scalinate, ai ragazzi in giacca e cravatta, alla scoperta lenta del teatro, dei suoi luoghi riposti, della sua ricchezza da fine impero.

La neve di Vienna è lontana, in questi giorni di solitudine. Jarrett suona e tornano le immagini della Karlskirche, dei tentativi di incastrare i percorsi della metropolitana con quelli di tramvie e autobus per arrivare a Schönbrunn. Oggi la vita è ferma da tempo e le partenze si immaginano nei libri, nella musica che ormai si può solo ascoltare e non suonare. Gli amori sono lontani, separati dalle zone rosse e dalle quarantene e rimango da solo in un letto in periferia, con i miei silenzi da ascoltatore di storie che sente da tempo di non avere più nulla da raccontare. In fondo, penso, è quasi bella, questa tristezza. Profuma di ricordo e fa quasi affiorare intorno a me le strade d’Europa che ho attraversato, l’Oceano conosciuto a Cadice, la pioggia nelle vie di Cordoba, la scoperta di Klimt nei sotterranei del Palazzo della Secessione e non lo avevo mai apprezzato davvero e ne rimasi affascinato. Un tempo, questi erano i giorni in cui attendevo l’estate, ora l’inverno sembra ancora permeare le vie di Firenze e voglio solo rimanere qui, su questo letto disfatto, con Jarrett che suona una frase che ricorda vagamente un passaggio di Luci della ribalta su cui, quando ero bambino, si esibiva un clown di un circo che passava ogni estate nel paese di mio padre, giù in Abruzzo.

Mi rendo conto di scrivere transizioni. Con la musica, con le parole. Non riesco ad avere la sicurezza di un tema o di una storia. Mi soffermo nei tempi di passaggio, indugio nelle intercapedini tra una definizione e l’altra e le espando all’infinito fino a farne il centro della mia attenzione. Forse non è che questo, questo tempo, questa notte. Una lunga transizione in cui i frammenti del passato si affiancano caoticamente ai sogni di futuro senza che emerga mai niente che dia un senso a tutto. Emerge solo questa tristezza che non fa male, questa tristezza in cui è bello stare perché mi fa rifugiare tra le braccia di un libro, di una storia, del pianoforte di Jarrett che continua a suonare. Non si può chiedere un senso a questi giorni inquieti. Si può solo stare su un letto disfatto e sognare Vienna, come in uno di quei movimenti mahleriani che si dilatano all’infinito fino a disorientare e di cui alla fine non ricordi un tema, ma solo una vaga impressione.

Nella notte, Jarrett continua a suonare. In fondo, anche il concerto di Köln non è che un’infinita transizione.

“Departures” e l’identità ritrovata

Nell’anima dell’uomo si alternano sistole e diastole, turbamento e tranquillità, gioia e angoscia, speranza e disperazione. Fuori dell’anima dell’uomo (posto che esista un fuori) l’alternarsi delle stagioni

E. Montale, Variazione n.30, da Trentadue Variazioni (1972) .

Ho visto qualche giorno fa Departures, un film del 2008 su un violoncellista che, dopo lo scioglimento dell’orchestra, inizia a lavorare come tanatoesteta (cioè come addetto alla cura delle salme prima della cremazione). Mi ci ero avvicinato perché affascinato dalla colonna sonora, composta dal mio amato Hisaishi Joe, che avevo ascoltato per la prima volta un annetto fa e che avevo sempre trovato estremamente interessante. Ho trovato un film molto delicato, in cui il tema della morte appare soltanto un pretesto – solo in un caso, quando muore l’anziana proprietaria dei bagni pubblici in cui il protagonista si recava, i personaggi riflettono sul senso del passaggio, sul senso della fine, in generale con l’idea del decesso come una trasformazione della vita in un’altra forma, che non annulla quello che l’individuo è, ma lo conduce altrove. Il film mi sembra una grande riflessione sul tema di Telemaco, forse con una certa declinazione joyciana: Daigo ha rinunciato a suo padre, che l’ha abbandonato a cinque anni, non ne ricorda neanche il volto, eppure tornando nella sua casa d’infanzia inizia a recuperare frammenti del suo passato con lui, a parlarne, a sentirlo come parte della sua storia. Quindi trova una sorta di figura paterna sostitutiva nel tanatoesteta che lo assume come assistente, come Dedalus nell’Ulisse sostituisce il padre di cui è in cerca con Leopold Bloom, ed effettivamente il signor Sasaki agisce da padre nei suoi confronti: lo accompagna nel suo mondo fatto di morte e di rispetto, lo aiuta andandolo a riprendere quasi a forza quando Daigo sente di non farcela e infine lo lascia agire in autonomia, rendendolo in pratica il suo successore. Alla fine ci sarà il ricongiungimento con il padre naturale, mediato dalla nuova identità che Daigo ha trovato.

Interessante è anche il modo in cui il film affronta il tema dell’identità. Il film si apre su Daigo che suona e presenta la distruzione del suo ruolo sociale quando viene annunciata la chiusura dell’orchestra, quasi una tetra premonizione del rapido peggioramento delle condizioni dei musicisti in seguito all’inizio della crisi economica del 2008. Daigo scopre ben presto di non poter continuare a vedersi come musicista, deve vendere il costoso strumento che aveva acquistato e si trova di nuovo a doversi ricostruire, a dover comprendere chi è con l’aiuto del signor Sasaki, conosciuto sulla base di un errore di stampa su un annuncio di lavoro. Riesce quindi a costruire una nuova identità, un nuovo racconto di sé, che si trova a dover progressivamente rivendicare rispetto alle persone che lo circondano e che non comprendono il suo desiderio di lavorare a contatto con la morte. Tale racconto di sé, in cui progressivamente inizia ad aver spazio come si diceva prima il padre reale, con i pochi ricordi d’infanzia e con la dolorosa mancanza nel presente, non sostituisce il precedente ma lo integra: è lo stesso Sasaki a incoraggiarlo a suonare per lui perché “non ha mai sentito un violoncello dal vivo” e Daigo recupera un rapporto più sereno con lo strumento musicale grazie alla nuova identità che sta acquisendo – le immagini in cui suona immerso nella natura di un Giappone rurale sono indicative a questo riguardo. In sostanza, il film racconta il progredire di un’identità che non rinnega il proprio passato, ma lo rilegge alla luce del presente – in fondo, Siegel e Maturana hanno scritto di come i ricordi abbiano un significato che principalmente rispecchia il nostro stato mentale attuale e di come non siano qualcosa di dato per sempre, ma la lettura che ne diamo cambi a seconda di quello che siamo diventati. Daigo cambia e cambiando rilegge se stesso, la sua storia, le sue scelte. E alla fine, forse, trova un modo di essere più coerente con se stesso e con i suoi desideri.

Il mio professore di lettere in quarta ginnasio diceva che è più difficile fermarsi dopo qualcosa che abbiamo apprezzato e chiedersi perché lo abbiamo sentito così tanto nostro. Mi rendo conto, ripensando a Departures, che aveva ragione. Per quanto riesca a individuare le linee seguite dalla trama, mi rendo conto che questo non spiega quel vago sentirmi commosso al termine del film che non sentivo da un anno circa, dalla morte di Calvero alla fine di Luci della ribalta, ennesimo racconto di una vita che ha il suo momento di riscatto nel sostegno a un altro essere umano. Probabilmente mi riconosco in quel momento di ricostruzione dell’identità, in quel riorganizzare i fili della propria esistenza per renderli coerenti con un presente che sta cambiando. Ho vissuto alternandomi tra sistole e diastole, come scriveva Montale nelle Variazioni sul Corriere, tra momenti di accelerazione adolescenziale e lunghi mesi di raccoglimento in cui si studiava per il ritorno dei giorni rapidi dell’esistenza. Quando si corre c’è poco tempo per fermarsi e dunque sono forse necessari questi lunghi tempi dell’abbandono, questi tempi in cui l’identità di ieri non è più adatta e non siamo più nulla e non siamo ancora nulla, e quindi bisogna mettersi pazientemente a ricostruire. È forse questo che ho intravisto in quel film, questo dover ricostruire e sapere che alla fine torneranno i giorni in cui l’identità sarà di nuovo solida, in cui tutto sarà di nuovo a posto e torneremo a poter godere dell’immediatezza dell’esistenza, della certezza di ciò che abbiamo costruito, in cui di nuovo tutto sarà coerente e i ricordi di ieri non susciteranno nostalgia. In questa continua costruzione della felicità, in questo costituirsi della vita in tempi diastolici in cui si semina per la primavera, mi sono riconosciuto e ho forse trovato un conforto, una certezza che i giorni sereni verranno e che il lavoro di questi mesi di attesa non è inutile.

Come Daigo, ho costruito molte volte il racconto della mia vita. Ora lo sto facendo di nuovo e se ci penso bene non è poi così male. In fondo, mi salva da quel senso di ripetizione dell’usato di cui parla il Prufrock di Eliot (And I have known the eyes already, known them all—/The eyes that fix you in a formulated phrase) e mi fa immaginare quale volto avrò tra un anno, tra due anni, quando giungerà la prossima sistole. Intanto, riascolto la colonna sonora di Departures e mi sembra quasi di essere alla fine di questo ennesimo viaggio.

Ho visto anche degli zingari felici

Ascoltare Lolli nei giorni ovattati di questa pandemia fa quasi male, di quel dolore tenue che sa di malinconia e di ricordo. Basta il solo di sax Ho visto anche degli zingari felici e fuggo nei giorni dei miei diciott’anni. Allora, in un precoce risveglio politico, il mondo era semplice e la scuola occupata era il laboratorio del futuro. Io incontravo mia madre in Piazza del Popolo alla manifestazione dei sindacati e la crisi, i giorni di Monti, delle lettere di Draghi, del plumbeo silenzio dei partiti non esistevano ancora. Non era ancora il tempo delle scelte, dei libri di anatomia messi sullo scaffale al posto dell’Orlando furioso, delle stagioni che passavano senza lasciare traccia, della vita immobile come un eterno lunedì sera. Allora, davvero, ci ubriacavamo di luna in una Piazza Maggiore immaginaria, inseguivamo l’amore e contava solo quello. Mi descrivevo come un bambino di cristallo, del mondo conoscevo solo la bellezza, la luce, la musica e mi scrivevo i sogni su un taccuino sperando di trarne un libro.

Ora sono seduto sul ciglio della strada, ascoltando il respiro della mia compagna di viaggio che dorme mescolarsi con la musica. Ripenso a quei versi di Handke, Quando il bambino era bambino […] molte persone gli sembravano belle/e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna e rifletto che in fondo qualcosa di quel bambino che senza saperlo diventava adulto mi è rimasto. Ancora molte persone mi sembrano belle e mi danno il desiderio di conoscere la loro storia. Ancora mi piace sedermi al tepore di una casa d’inverno per sentir raccontare la vicenda di un’esistenza, delle troppe sconfitte, di quel tempo in cui eri a Berlino Est per mettere in scena Brecht e crollò il muro e poi basta, fine dei contratti e dei pagamenti. In questa sera sul ciglio della strada, in questa notte sul ciglio della primavera, in fondo sento di non aver perso l’amore per quei momenti in cui le anime si schiudono per un attimo allo sguardo.

La mia compagna di viaggio dorme. Non siamo sul ciglio della strada e lei non è neanche accanto a me, separata dalle zone rosse che espandono le distanze e acuiscono la nostalgia. Abbiamo condiviso un frammento di eternità, ci siamo lasciati permeare dagli occhi dell’altro, abbiamo lasciato che gli aggettivi delle nostre storie si scambiassero e alla fine non sapevamo più cosa appartenesse a chi. Eppure questa sera, nonostante Lolli, Handke e i ricordi di adolescenza, nonostante i racconti, il solco della lontananza si apre nell’animo come il gelo della finestra nel primo mattino. La canzone finisce e rimango a cullare i pensieri nel silenzio della mia solitudine.

L’abbigliamento di un fuochista

Ed era lui davvero, il cassiere del “Pitagora”
che guardava così familiarmente le cose distanti
e ripagava con l’oro delle stelle, che del resto non era suo
ripagava debiti ancora sconosciuti di uomini e di secoli

Ghiannis Ritsos, Cronaca

In questa nuova primavera che non riporta la speranza, ma solo la stanchezza dei troppi giorni a scontare la distanza dai propri desideri, la sospensione del tempo mi allontana dai ruoli che avevo, cristallizzandomi in pochi tratti. Mi rimane il mondo lavorativo, così distante rispetto ai miei sogni di scrittura o ai pomeriggi musicali in cui suonavo, componevo e come Jones il suonatore mi piaceva lasciarmi ascoltare, credendo di stare esprimendo qualcosa. Ho sempre pensato che il mio ruolo fosse legato al restituire qualcosa (un frammento di emozione, una riduzione della sofferenza di questo cammino esistenziale su cui si allunga l’ombra della morte e della perdita), al pagare un debito originario dando agli altri qualcosa che avevo ricevuto e che dovevo condividere. Mi sono sempre molto riconosciuto nel cassiere dell’associazione “Pitagora” di cui scrive Ritsos in Cronaca, da Quarta dimensione, che parte dall’isola in cui risiede perché convinto di essere responsabile del fallimento dell’associazione stessa e poi, dopo molti anni, torna per pagare tutti i debiti, anche quelli che non ha contratto.

In questi giorni senza musica, senza sogni, senza treni da attendere alle sei del mattino per andare lontano, la frontiera invisibile che circonda le città sembra aver inglobato in sé anche il ruolo che avevo, quello che ritenevo importante fare, lasciandomi soltanto la percezione di dover procedere, giorno dopo giorno, in una nebbiosa risacca dell’esistenza, in cui orientarsi è impossibile perché non vi sono riferimenti, né storie che possano indicare la via. Il mondo, un tempo universo di significati, si riduce a pochi frammenti sempre uguali, all’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri del pensionato di Guccini. Solo la sera mi ricongiunge con il mondo di ieri, con la vita che ho attraversato e che attraverserò quando la nebbia si sarà diradata. Seduto sul letto, ascolto L’abbigliamento di un fuochista e in quella malinconia della madre che saluta il figlio al porto, intuendone la perdita, ritrovo nella voce di De Gregori e della Marini quella tristezza che un tempo sentivo quando lasciavo i territori che conoscevo per trovarne di nuovi, quel lieve dolore dell’abbandono che precedeva la gioia per la nuova scoperta. Mentre la canzone finisce, penso al giorno in cui di nuovo andrò a confondere la mia faccia con la faccia dell’altra gente e mi perdo nei ricordi di ieri e nei sogni di domani.

Fino alla frontiera

In questo angolo riposto della storia fatto di solitudine in cui ormai da un anno siamo entrati si sente nostalgia della vita. Della banalità di una serata a teatro, del trascorrere da un interesse all’altro, del lasciarsi esistere nelle notti d’estate troppo lunghe nelle strade del centro o in una casa di periferia. Nella stanza, mi circondano i libri, l’unico contatto che conduce oltre quella frontiera che con il tempo si è ristretta fino a divenire soffocante. Non ci sentivamo liberi, un tempo. Eppure il treno per Bologna non chiedeva giustificazioni e gli aerei andavano e venivano domandando solo se volevamo pagare un prezzo aggiuntivo per l’assicurazione del bagaglio. Vienna, un tempo vicina dopo un viaggio notturno in autobus, sembra di nuovo stagliarsi in una lontananza ottocentesca.

Anche i libri parlano di frontiere. Di frontiere come incontro, come scontro, come separazione. Rumiz racconta il suo viaggio lungo i confini russi, Kapuscinski gli artificiosi limiti dei paesi dell’Africa centrale, definiti dagli europei in modo rigidamente geometrico. Qui, oggi, la frontiera è vicina, tangibile. In un giorno di febbraio mi ci avventuro, la costeggio passando accanto ai ruderi che costellano la collina di Careggi, là dove Firenze finisce e si può andare oltre solo se in possesso di una buona ragione. L’aria fresca sembra suggerire la fine dell’inverno, le notizie riportate dai giornali parlano di un nuovo lockdown e suggeriscono che la primavera, come in quella canzone di Battiato, tarderà ad arrivare. In cima alla collina, la città è lontana e anche il caos dell’ospedale, il rumore delle ambulanze, i camici bianchi che svolazzano disperatamente da un padiglione all’altro, sbiadiscono in un silenzio in cui si riesce ancora a sentire il fruscio degli uccelli tra gli alberi. È strana, questa frontiera mille volte violata in passato per andare a prendere un libro in biblioteca, per andare a teatro o da un amico e oggi monolitica sorvegliante che divide le motivazioni per oltrepassarla in giuste e sbagliate. La strada a partire dalla quale da bambino iniziavo a contare i cartelli che sfilavano nel finestrino della macchina misurando l’aumentare della distanza da Firenze ora è divenuta l’ultimo approdo consentito. La familiarità del luogo cede il posto a un sentimento di estraneità legato alla sua nuova funzione.

Qualcuno scriveva che nel tempo si sono sempre alternate fasi di apertura e di chiusura, che dopo la prima globalizzazione, alla fine dell’Ottocento, la prima guerra mondiale fece tornare le nazioni a rintanarsi entro le proprie frontiere e a rimanervi per almeno cinquant’anni. Ecco, forse oggi assistiamo di nuovo a questo chiudersi della frontiera, ora che i nostri sogni di cittadini cresciuti in un mondo globalizzato devono fermarsi ai confini della città. Il limite impalpabile in questa mattina di Febbraio diviene fisico e tangibile. E mentre mi siedo sul confine di questi tempi di stasi, mi sento come quando, da bambino, mi fermavo a guardare il mare sognando di partire e di andare in Croazia. Forse, mi dico, è anche questa la frontiera. La custode dei nostri sogni di partenza.

Preghiera autunnale

In questa stanza di ottobre
lascio i miei libri mai finiti
le canzoni non scritte, i treni mai presi
l’illusione dei diciott’anni svaniti in un ospedale di periferia
lascio le poesie di Whitman, il mio T.S.Eliot troppo citato
gli autori e le storie di un altro tempo
di cui ora rimane solo un sorriso sbiadito
nel rileggere i vecchi fogli.
Nella sospensione del tempo si avverte Dio
lontano dagli uomini nel giorno dell’abbandono
e l’esistenza è ora
un mosaico di distanze sulle rovine di una chiesa
nel bizantino interrogarsi sul sesso degli angeli
ora che Instanbul è caduta.

Sediamoci qui, mio Dio
in questo frammento di solitudine
in questo brusio attutito del mondo
-la peste è arrivata ad Atene, dicono
e Pericle è morto e la guerra avanza
e Sparta vincerà, forse, un giorno
della sua vittoria di un giorno prima della resa
a un altro Alessandro nato dalla polvere.
Ascoltami, mio Dio
quando l’ultimo uomo ebbe salito le scale
il bambino nascose i ricordi nell’intercapedine dell’ascensore
per difenderli dalle stelle cattive di settembre.
La pioggia lavava via in silenzio
le promesse smarrite dei profeti
e la vita rimaneva
nelle chiazze di sangue sul pavimento
nel diafano dei neon della stanza di ospedale
nel destino che appare prima che cali il sipario
proclamando la sua inesistenza.

Ho creduto in te, mio Dio
nel tuo talento discreto
di narratore di storie nelle pieghe della morte
eppure questa sera mi siedo sulla terra sporca delle tue pagine strappate
all’ombra del grido di Giobbe a cui non rispondesti
e ricordo quella sera d’estate
prima dell’aratro e delle navi
quando il padre Ulisse mi condusse in riva al mare
e me ne promise la tranquillità.
All’ombra del tuo silenzio siamo cresciuti
in assenza di una risposta
abbiamo inventato la vita, le storie, la poesia
ma ora la peste è giunta in Attica
e gli Spartani sono alle porte
e Pericle è morto, infine, tra le braccia livide di una prostituta
un venerdì notte dietro San Lorenzo.
Non sappiamo più il segreto degli scacchi
e nella solitudine dell’ultima stanza illuminata
ci prepariamo a svanire.

Non ti chiedo più un senso, mio Dio
né una risposta che illumini la strada in attesa dello sposo
ma rimani qui, in questo scosceso avamposto del nulla
a riscaldare il vuoto con il tuo sguardo di bambino
con le tue illusioni sugli uomini non ancora deluse.
Quando gli Spartani arriveranno, si siederanno con noi
avranno larghi cappelli e accenti americani
ci affacceremo alla finestra e non ci sarà più
che la bianca fusione dell’universo nella sua ora estrema
e sapremo
che il tuo racconto
era di uomini alberi case
di gazze ladre di fronte ai vetri autunnali
e che vano era il desiderio di udirne le parole.
In quel vuoto vedremo il tuo silenzio
e rimarremo a bere con te l’ultimo caffé
prima che la poesia finisca
e nell’odore di sangue sulla terra umida
l’ascensore restituisca con i ricordi
le effigi dilavate di quello che eravamo.

Solo allora
forse
l’inverno avrà fine.

Beethoven in autunno

C’è quasi un’angoscia di senso, nel quarto concerto per pianoforte di Beethoven. Lo ascolto mentre il brusio mediatico riporta le parole di marzo, i contagi che crescono, la vita che di nuovo deve contrarsi per preservarsi. E dunque ascolto Beethoven, forse per trovare di nuovo la forza, forse per aggrapparmi alle sue olimpiche certezze. Di solito è deciso, Beethoven: i temi vivono di una loro chiarezza essenziale, gli sviluppi ne enucleano gli aspetti centrali e non si smarriscono mai; a differenza di quanto avviene in Schubert, tutto vibra delle certezze di una musica che scolpisce il mondo, che lo assorbe e lo restituisce nella struttura della forma-sonata. Beethoven definisce la forma come mai nessuno, organizza, dà significato al fluire delle note attraverso l’essenzialità e la ripetizione e avevo pensato che mi avrebbe potuto aiutare, in questo attuale vuoto di senso, in cui si può accettare l’angoscia di un male che non si vede e che fornisce pochi strumenti per prevederne la fine, oppure affidarsi alle stregonesche soluzioni di chi propone un principio organizzatore facile ma illusorio – i vari complottismi di cui le cronache agostane sono state piene o le rassicurazioni che faticano a convincere nella curva ascendente dei casi e delle ospedalizzazioni. Eppure, il quarto concerto mi restituisce lo specchio delle mie insicurezze. Sembra ondeggiare senza prendere mai una direzione precisa fino all’ultimo movimento, con la sua chiarezza da Rondò. L’Allegro moderato iniziale si dibatte tra più soluzioni melodiche che emergono e scompaiono come la Fata Morgana sullo Stretto di Messina, quasi in un tentativo di trovare un significato che manca, qualcosa di unificante intorno a cui ruotare che non emerge mai. Mi restituisce l’atmosfera piovosa e invernale dei Lieder e di certi quartetti schubertiani, con la loro tormentosa domanda su come fosse possibile scrivere all’ombra di Beethoven.

Mi dico che in fondo Beethoven, vissuto tra l’epoca napoleonica e la Restaurazione, partecipava di inquietudini anche maggiori di quelle odierne e che l’idealizzazione del passato asburgico era un esercizio già praticato da Richard Strauss nel Rosenkavalier e che parla più delle inquietudini di chi idealizza che di una effettiva maggiore serenità dell’esistenza nel periodo idealizzato. E parla dunque di me, di quanto sia per me necessario soddisfare l’angoscia di significato che sento, di quanto questi giorni mi richiedano di modificare la mia visione del mondo per adeguarla alla cacofonia dell’esistenza. In fondo, è un processo che riconosco in ogni autunno. L’uomo che ero alla fine dell’estate svanisce in lontananza e mi ritrovo di nuovo a ricercare un’identità. Rileggo Paolo Lanaro, parla delle case che cambiamo e che lasciano dietro di sé soltanto il brusio di una radiolina e penso a me in questo autunno, così simile a quelli che si sono avvicendati, anno dopo anno. E penso che l’autunno è questo, questo lieve sentimento di non appartenenza al passato, questa necessità di ricostruire ancora quel mio racconto che mi dà l’illusione di fissarmi in un brandello dell’universo, di essere qualcosa di leggibile e finalmente definibile. In autunno si raccontano le storie e si racconta ancora una volta la storia della propria vita, ma si ricerca un senso diverso, un futuro diverso, sogni diversi che non si immaginavano solo un mese fa.

L’autunno porta l’inquietudine. Porta la voglia di raccontare e di inventare. E la porta è di nuovo aperta.