Lo spettro di Banquo

L’incompiutezza delle sere che giungono al termine
mi lascia con una tristezza di parole infrante
di frasi taciute o pronunciate troppo presto
dell’incauto dirsi, definirsi
nello specchio della notte che restituisce solo
la deformazione del ricordo al mattino
la certezza della propria alterità.

In queste sere d’estate
mi sono detto poeta, scrittore, cantante
mi sono detto e contraddetto, ho inventato teorie per nascondere
che non so descrivere il mio volto nel gelo di novembre
che mi sono sconosciuto nell’agire, nell’amore, nel tacere
sostanzialmente che non ho capito nulla
e che nulla dovrei forse comprendere.

Alla fine rimango qui, in una vecchia macchina parcheggiata
mentre l’oscurità scivola come il secondo atto del Tristano
e la musica in sottofondo allontana gli uomini, i volti, i ricordi
nella solitudine ritrovata e temuta.
Rimango qui e incontro il fantasma indefinibile dei miei giorni
ha il mio volto, il mio nome e mi accompagna
ha una vena disegnata sulla parte destra del collo
e una freccia conficcata nel costato.
Rimango qui con lui, con la mia tristezza, la musica, i ricordi
e con l’ultimo inchino dello spettro di Banquo
si chiude
solenne
il sipario.

Quando giugno arriva – note a margine sul definirsi

Quello che mi viene richiesto è definirmi, darmi un volto. Lo richiedo a me stesso, dovrei comprendermi in qualche modo, immagino che dovrei avere qualche strumento ormai per farlo. Invece mi trovo qui, alla fine di un’altra serata, con le parole dette per darmi una fisionomia che non mi rappresentano, la stabilità di un volto che non è il mio. Ogni volta che credo di essermi definito, trovo qualcosa che mi sfugge. Ed è di nuovo un cercare di comprendersi.

Quello che so è questa malinconia che mi prende alla fine dei venerdì sera, quando il sipario cala e lo spettacolo finisce e io rimango nella mia solitudine ascoltando Philip Glass nella notte, nella testa nulla se non frammenti di ricordi e la percezione che ancora una volta ho usato troppe parole, mi sono detto troppe volte e ancora una volta ho detto troppo e troppo poco. Ma la sera è così bella – sono belli i tigli quando giugno arriva/e l’aria è così dolce se la si respira come cantano le Têtes de Bois traducendo Roman di Rimbaud – e la musica mi conduce nella notte con la sua totale indefinitezza. Gli Illuministi dissero che la musica più nobile era quella vocale, perché poteva utilizzare la parola, veicolare messaggi. Il Romanticismo predilesse la musica strumentale proprio per la sua dimensione non verbale, per la sua impossibilità di essere completamente ricondotta entro schemi razionali. La mia razionalità stanca di questa sera empatizza con questi ultimi.

Rientro a casa, dormono tutti. Domani sarò ancora, come canta Guccini, sempre lo stesso, sempre diverso.

Il bambino di Sarajevo

Sto ricominciando a ricordare i sogni. A diciannove anni li scrivevo, nella speranza di trovarvi qualcosa, una storia da raccontare probabilmente o forse un frammento di verità per comprendermi meglio. Il romanzo che pianificavo allora rimase un progetto, un quaderno abbandonato in un armadio e un incipit grandioso in cui una testa di Lenin avanzava sobbalzando in una città simile a un set cinematografico, in cui una cattedrale di cartapesta sostituiva un antico monumento inghiottito dalla terra anni prima. “La bellezza salverà il mondo” gridava.

Fu nei giorni di quell’ottobre piovoso che entrai per la prima volta nella morte. Camminavo nelle strade vicino al mare. La stagione era finita da settimane e il paese, ormai abbandonato dai turisti estivi, aveva ricominciato a condurre la sua esistenza schiva, fatta di rituali da ripetere in un tempo circolare in cui nulla era mai nuovo, in cui sapevi in anticipo quale volto avresti incarnato l’anno successivo, quello dopo ancora o quando ti saresti ritrovato ormai invecchiato a sputare per terra vicino al molo dei pescatori e i ruoli non cambiavano mai da anni, forse da secoli.

Sicuramente vi erano stati, cent’anni prima, due vecchi seduti nella piazza centrale, nelle sedie esterne del bar sportivo, a giocare a carte raccontando di quel soldato che aveva preso licenza quarant’anni prima adducendo come scusa la necessità di inseguire una scorreggia. Sicuramente vi era stato qualcuno che aveva camminato vicino al mare in un giorno d’ottobre, di fronte allo sguardo distratto di una donna di mezza età affacciata alla finestra. Non potevi sottrarti alla recita che procedeva dall’inizio dei giorni, al copione che Dio, un tempo, aveva dato agli abitanti del paese. Potevi partire, certo, ma a che fine? Là fuori, si recitava a soggetto. Ognuno aveva solo pochi indizi sul ruolo che avrebbe interpretato, su come sarebbe vissuto e morto, e solo il caso, che non è noto per avere buone doti come sceneggiatore – tende alla banalità e a ripetersi – lo avrebbe portato ad essere un grigio impiegato ministeriale oppure lo avrebbe fatto spegnere lentamente sotto il peso dei progetti mai portati a termine, in un ufficio postale, con la casa piena di libri di poesie autopubblicati che non sarebbero mai stati letti da nessuno. Il copione del paese, invece, era chiaro e definito e i personaggi dotati ciascuno di un suo eroismo, ciascuno di una sua peculiarità.

Ho passato molti anni in città. È stato qualche tempo dopo quell’ottobre di cui vi parlo, quando mi trasferii per alcuni anni per studiare da medico. Gli attori che avevano improvvisato le loro vite su un palco troppo grande per le loro abilità morivano in una scatola di ferro sulla collina. Nella degenza di medicina interna li vedevo arrivare, talora andare via, talora spegnersi in solitudine senza nessuno al loro fianco, senza nemmeno qualcuno che riconoscesse loro lo sforzo di aver inventato un ruolo che non esisteva e che nessuno avrebbe più rivestito. Non c’era l’applauso finale a Calvero alla termine di Luci della ribalta.

Ma quel giorno era ottobre e questo non lo sapevo ancora e camminavo lungo la strada che conduceva al mare. Le case colorate dei pescatori lasciavano uscire le ultime zanzare stordite dall’autunno e le barche tirate a riva erano degli istrioni di seconda categoria ubriachi dentro un bar dopo lo spettacolo della sera. Lei era seduta accanto ad una barca azzurra, la sigaretta accesa a identificarla contro la penombra nuvolosa del pomeriggio. Sembrava attendermi, mentre guardava l’orizzonte, i suoi ottant’anni abbandonati sulla sedia insieme ai suoi centodieci chili e alle sue cosce varicose.

Aveva la voce affannata quando mi parlò. Non aveva la minima voglia di aprirmi la porta e farmi andare “giù”, come diceva lei, era stanca, le gambe le facevano male e stava fumando, quindi che non rompessi le scatole. Mi avevano detto che lo faceva sempre, che pochi erano riusciti a convincerla e che per farlo bisognava raccontare una buona storia o indovinare ciò che desiderava. Ma io non avevo buone storie, giusto una chitarra per le notti d’estate – allora avevo ancora diciannove anni e speravo che cantando nelle sere d’agosto avrei incontrato l’esistenza di una donna con gli occhi azzurri uscita da uno dei libri che meditavo troppo – e una canzone che parlava di un bambino che imparava a fermare la vita e usava il tempo sottratto alla morte per fare l’ultimo bagno nel mare estivo, prima di essere ucciso da un proiettile vagante in un pomeriggio a Sarajevo.

Mi avevano detto che cantavo bene. Quando mi mettevo a suonare, in piazza, tutti si fermavano ad ascoltare e mi piaceva vedere il tramonto posarsi sulle spalle dei vecchi che mi fissavano con la curiosità di chi scopre alla fine della vita che può ancora sorprendersi per la bellezza di una sera di luglio. Dicevano che quando cantavo si fermava il tempo, come nella storia del bambino morto a Sarajevo e non esistevano più le storie dei singoli, il loro tentativo di raccontarsi per dare un senso al loro giorni, c’era solo quell’attimo e ognuno era solo uno sguardo aperto su un mondo privo di significato, semplicemente splendido nel suo mostrarsi e accadere.

Dunque, mi sedetti e cantai. Lasciai morire due volte il bambino di Sarajevo e mentre lo facevo pensai che doveva essere proprio una sfortuna farsi i chilometri che separano la capitale della Bosnia dal mare giusto per essere centrato da un proiettile vagante. Certo, doveva essere una di quelle canzoni sulla connerie de la guerre di quel verso di Prevert, ma in realtà in quel momento tutto quello a cui riuscivo a pensare era tutto il viaggio che il bambino aveva dovuto fare per andare a morire, quello che aveva visto, che aveva sentito, che aveva immaginato.

E quindi improvvisai e provai a raccontarlo. Cantai dei giganti delle montagne, che si ritrovavano a sera sulle sponde dei fiumi per spingerli verso la pianura. Cantai del diavolo nella foresta del Nord, che insegnava a suonare agli ubriachi in cambio dei ricordi del loro primo amore. Non poteva amare, il diavolo, e quindi si nutriva degli amori degli altri, dell’amore che gli altri volevano scordare perché troppo doloroso. Cantai del chitarrista al crocevia, pieno di nostalgia per i giorni della sua infanzia, del marinaio che aveva aperto una pompa di benzina poco prima di Sarajevo. E alla fine cantai di me, che avevo visto il bambino entrare in città accompagnato da una donna velata di nero.

Cantai e improvvisamente vidi la vecchia piangere nei suoi ottant’anni, nei suoi centodieci chili, nelle sue gambe varicose e nella sua voce roca da enfisematosa. Ella pianse del bambino, pianse del suo destino di eterna guardiana del mondo dei morti, della sua vita perduta a guardare gli uomini e le donne del villaggio attraversare la porta che custodiva uno dopo l’altro, senza mai tornare. Ella pianse perché non c’era mai andata, nel mondo di là, lei apriva e chiudeva la porta e a sera fumava l’ultima sigaretta guardando il mare ed era così da secoli, senza mai cambiare, conoscendo la vita solo dai racconti che le facevano i morti prima di scendere giù.

“Ti farò passare e ti aprirò al tuo ritorno, ma voglio venire con te” mi disse.
“Giù?” Le chiesi
“No, su, nel mondo fuori da questa spiaggia, lontano da questa porta macerata dagli anni, nella città di cui sento parlare ogni sera in televisione.”
Glielo promisi e scesi. Dovevo farlo da tempo. Mia madre aveva varcato la soglia l’anno prima portando con sè il suo ultimo segreto e dovevo incontrarla per sapere se davvero come dicevano fosse stata uccisa per la storia del marinaio, per l’uomo che si diceva che avesse dormito con lei e che aveva fama di rivoluzionario.

Scesi nella notte e scoprii che non aveva risposte. La trovai sulle rive di un piccolo fiume montano, come quello che avevo immaginato per i miei giganti, a osservare un cespuglio su cui spuntavano le more. Non so più nulla mi disse e non è importante. Non è importante sapere, non è importante vendicarsi, è importante solo scegliere come vivere ora che i proiettili sono giunti fino alle nostre case e non abbiamo che i nostri sogni a proteggerci. Non parlammo molto, non avevo molto da dirle. La vita era sempre uguale, i ruoli sempre gli stessi, non c’era niente da raccontare e così era la vita laggiù, un eterno interpretare un frammento della parte che si era recitata nella propria esistenza.

Quando risalii, non c’era più nulla. Del paese non rimanevano che poche pietre e le fondamenta delle case. La guardiana giaceva riversa sulle barche. Davanti a un muro giacevano i cadaveri dei fucilati, dietro di loro una lingua straniera recitava il motivo della loro condanna. Sulla spiaggia, era rimasta solo la mia chitarra. Mi sedetti sulla riva e cantai del bambino di Sarajevo. E allora, per la prima volta nella mia vita, piansi.

Il ritorno di Euridice

Dove sei stata?
Sai, non credevo di trovarti qui
mentre dimenticavo l’infanzia come si scordano le poesie
nella rassegnazione di questa sera alla fine del mare
guardando l’estate dormire nel primo vento di giugno.
Sai, rinascere è stato facile
– Zarathustra in piazza diceva che avevamo vissuto troppe volte
troppe volte ci eravamo lasciati morire
nel silenzio della prima luna di luglio
fuori dalla finestra la rivoluzione, dentro le stanze
gli occhi azzurri del primo rimpianto
le parole non dette all’ultimo silenzio di un’ora immobile
e finivamo così, esistenza dopo esistenza, in un vano ritorno.

La sera tu non c’eri.
Dimenticavo l’infanzia tra le inutili madeleine che raccontavano troppo piano
storie che non potevo più ascoltare
e i poeti avevano tradito
e non sapevano più dire se la tua voce al mattino
fosse solo la mia ultima illusione
o Melquíades tornato dai morti
o quel racconto che ripetevamo sera dopo sera
per convincerci che fosse vero.

Dimentichiamo l’infanzia e le poesie
ti dissi ed era inverno
e forse ne ero dispiaciuto.
Prima di morire
avevamo camminato nella neve sporca di Vienna
tra i philosophes smarriti nelle pieghe delle infinite interpretazioni
di una realtà vestita da bambina
che recitava per ciascuno un ruolo diverso
e gli uomini pagavano il biglietto ogni sera
per sbirciarne le forme sotto le luci di un night club di periferia.
Accanto al fantasma di Rodolfo mi dicesti che eri stanca
e rimasi da solo alle porte dell’Opera
ad attendere in coda il ritorno di Strauss.
E poi venne il silenzio, tu non c’eri
non c’erano i filosofi a parlare d’amore
e i poeti erano fuggiti nelle loro stanze d’oro
per narrare sogni lisergici agli astronauti in pensione.

Dove sei stata?
Al termine della nostra prima morte non rispondesti
e nel sole di giugno che tramontava
non parlammo di Ade che ci custodì in inverno
dei melograni nella tasca con la promessa di tornare.
Rimasero solo
gli smarrimenti del nostro ricostruirci
del nostro riconoscerci dopo averci immaginato
e l’estate fu di nuovo a una svolta dietro l’angolo
e la stanchezza d’autunno
rimase a sfaldarsi nella spuma dei giorni.
Ti abbracciai e fu come allora
all’alba
della nostra prima morte.

Sul ricordo

Dimentichiamo l’infanzia e le poesie avevo scritto su un foglio prima che iniziasse il lockdown, prima che la vita si fermasse e tutto entrasse in una sospensione che tagliava i fili dell’esistenza senza che sapessimo se qualcuno li avrebbe mai riannodati. Dimentichiamo l’infanzia e le poesie, scrissi. Non ricordiamo ciò che coltiva l’illusione del superfluo, la felicità dei ricordi, i versi di Montale letti nell’estate del 2009 mentre scrivevo il mio secondo libro. Dell’infanzia ci rimangono soltanto i racconti degli altri, che poi facciamo nostri, ma gli occhi del bambino che eravamo, che guardava il mondo con la meraviglia di chi lo conosce per la prima volta, di chi dà un nome a tutto, di chi si innamora di tutto e corre dietro ai cani, come dice quella canzone di De André, non lo ricordiamo mai. Vediamo tutto come se fosse stato sempre dato, come se avessimo sempre vissuto tutto allo stesso modo e dimentichiamo la meraviglia che avevamo quando il mondo era da costruire.

Eppure, in questa sera fredda di giugno alla fine di tutto, ora che la vita ha ripreso a scorrere e molti fili sembrano riannodarsi, siedo nella culla della mia stanchezza rileggendo quella frase e provo a ricordare. Inizialmente ricordo pochi frammenti – la stanza dove mi lasciavano all’asilo, un tronco dove ci nascondevamo per giocare, una collinetta su cui c’erano le formiche rosse e passavamo le ore a chiederci se si infilassero davvero sotto la pelle. Ed è strano che più ci penso e più l’infanzia riaffiora, senza bisogno delle troppo usate madeleine proustiane. E riaffiorano anche quei versi di Montale, “tutti siamo già morti senza saperlo”. Forse, gli uomini che siamo stati non sono che isole a cui possiamo tornare. Il nostro progredire è un’illusione, possiamo andare e venire dalle nostre isole, non certo per tornare alla realtà di allora, ma per recuperare quegli occhi. Gli occhi del bambino che costruiva l’universo giocando con le formiche rosse e gli occhi dell’adolescente innamorato di Stendhal che sapeva citare a memoria Montale. Stasera sento vicine le mie isole. C’è un po’ di vento, è stata una giornata faticosa. Ma mentre la notte avanza ho di nuovo quattro anni, di nuovo diciannove e il mondo è di nuovo quello di allora e non esiste più ciò che vivo e ciò che accadrà domani. Nella mia galleria di volti, incontro gli uomini che sono stato e va bene così, nell’esistenza che sembra procedere sempre distruggendo il passato per sostituirlo con un presente sempre nuovo. Stanotte il tempo non esiste e sono tutti coloro che ho incarnato. In sottofondo, suonano i Doors.

Il senso del vuoto – Angoscia e speranza ai tempi del COVID-19

Pubblico anche qui un contributo che ho scritto per circledebates.com cercando di comprendere, con i pochi strumenti che ho a disposizione, le origini dell’angoscia e della speranza in questi giorni di stasi.

Sono quasi un sentirsi postumi, questi giorni di sospensione e di attesa. Da fuori giungono notizie che parlano della necessità di difendere la nostra incolumità e la soglia di casa, un tempo principio delle nostre esistenze, diviene il termine della zona sicura, estremo limite di un ventre materno che sembra sempre più fragile e sempre meno capace di proteggerci. Dunque, siamo. Esistiamo. Non possiamo dire di più. Abbiamo lasciato le nostre vite in un angolo, come la valigia dell’attore in quella canzone di De Gregori, in attesa di recuperarle in tempi migliori, quando sarà di nuovo possibile abbracciarsi, come dice il Presidente del Consiglio nei discorsi televisivi, e sentiamo forse di aver smarrito la nostra individualità, ciò che ci consentiva di avanzare nel mondo con un volto diverso dagli altri, con un obiettivo diverso dagli altri, con un nostro senso che ci consentisse di avvertire la nostra unicità.

In questo tardivo ventre materno, tutto diviene nuovamente potenza. Tutto ciò che abbiamo realizzato è troppo lontano per essere raggiunto e dunque viviamo solo in potenza, una potenza che potrà attuarsi in futuro, forse, o forse mai – troppe le incognite, l’evolversi dell’epidemia, le condizioni economiche del Paese, il momento in cui finirà tutto (alcuni parlano di metà Aprile, altri dell’estate, altri non sanno o preferiscono tacere). Kimura Bin, nei suoi testi, parla dell’angoscia del vivere ante festum dello schizofrenico, che anticipa costantemente un pericolo che si potrà attualizzare in un futuro incerto, e di quella del vivere post festum del melancolico, smarrito nel ripercorrere ininterrottamente il passato, ricercandovi le proprie colpe e i propri errori. In fondo, in questo momento di stasi partecipiamo di entrambe le angosce. La festa della normalità della nostra esistenza è passata e la sua assenza lascia il vuoto che vive chi, come dice Masha all’inizio del Gabbiano, indossa il lutto per la propria vita, l’infelicità per un flusso che ha smesso di scorrere. Al tempo stesso, la festa per il recupero di tale normalità è lontana e il suo raggiungimento è minato da paure per ciò che potrebbe accadere fino ad allora.

Galleggiamo in attimi senza direzione ed è difficile sentire il movimento interno dell’esistenza, in questi giorni in cui il tempo è scandito solo dai decreti, dal telegiornale delle 20 che non porta mai buone notizie, dal silenzio di chi un tempo dava risposte. Le Chiese chiuse attendono una Pasqua silenziosa e ci si chiede se ci sarà davvero resurrezione, se davvero si potrà tornare a vivere come prima, come se nulla fosse accaduto.

Eppure, quasi insensibilmente, torniamo a muoverci. Torniamo a dare un significato a ciò che ci circonda, a ricostruire la nostra identità nel vuoto che ci ha invasi e dunque suoniamo alle finestre o decidiamo di non farlo, ironizziamo sull’inattività e ci sediamo di fronte a chi da tempo non riuscivamo più a incontrare e troviamo infine la possibilità di ascoltarlo, di raccontargli dove ci ha condotto nel frattempo la nostra storia e di apprendere la sua. Dopo il primo momento di sospensione e di vuoto, riorganizziamo il nostro senso includendovi la costrizione a rimanere a casa e forse a un certo punto diventerà questo nuovo senso la normalità, la festa di cui si parlava poc’anzi. Per ora, tocca costruire sul nulla, facendo nostra quella frase del muratore di Amarcord che dice “Mio nonno fava i mattoni, mio padre fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me… Ma la casa mia dov’è?” E in questo ricostruire ripartiamo e si placa l’angoscia, perché, se vivere è costruirsi, in fondo abbiamo solo lasciato un cantiere più avanzato per un altro appena iniziato, sapendo che la nostra casa non sarà mai completa e sperando di arrivare ad Itaca, al compimento del senso e della costruzione, il più tardi possibile, come ci augura quella poesia di Kavafis.

Lessico minimo

Alla compagna di viaggio

Lessico minimo di una sera d’inverno.
I Genesis alla radio, i libri per terra
e l’assenza di te nelle intercapedini del sonno
coperta di ricordi contro l’oblio che incombe.
Ti ho immaginato
viaggiatrice di commercio nel tuo andare e tornare
e ti attendevo e ti attendo sulle rive
della nostra storia di letti disfatti
di solitudini comunicanti
nelle sere d’estate sul lungarno.

Non ci si può comprendere
me l’hanno detto
la costruzione del mondo è una monade
che non coglie dagli altri che ciò che conosce.
E dunque non ti ho forse mai capita
non ho mai svelato il segreto del tuo essere
custodito a lungo nell’enigma dei tuoi occhi.
Ma ho conosciuto un giorno d’autunno
il tuo corpo accanto al mio lungo Costa San Giorgio
ed eri così vera nella tua risata di bambina
ed eri così vicina nell’ascoltare i miei ricordi
ed eri lì e bastava e mi basta ancora.

Attenderò i tuoi passi all’alba
dove la foschia delle parole
si rifrange sulle onde dell’Oceano di Cadice
e stringendoti saprò senza sapere
le tue barche al largo sul lago di Lugano
i tuoi biglietti di viaggio per il mare portoghese.
Ti donerò l’ultimo sogno dell’estate
in una camera disfatta, oltre le finestre affacciate
sull’inganno suburbano degli anni sempre uguali
e mi ricorderò di te – i Genesis in lontananza –
e del lessico minimo
dei nostri giorni felici.

L’inverno a Karlsplatz – Appunti viennesi

Vienna, 3 gennaio 2020

Il caffè Jugendstil di Otto Wagner in Karlsplatz

Karlsplatz unisce le epoche. Da un lato, la chiesa di San Carlo, costruita nel Settecento in onore di San Carlo Borromeo dopo un’epidemia di peste. Dall’altro, la Secessione proclama dalla sua facciata A ogni tempo la sua arte/a ogni arte la sua libertà e parla delle inquietudini della Vienna di fine Ottocento, in cui gli artisti iniziavano a far emergere nelle loro opere le pulsioni nascoste della città imperiale, il sesso, la morte, il desiderio.

Entrando a San Carlo, si percepisce un senso di pace. L’interno della chiesa, a dispetto dell’imponenza della facciata, è accogliente, intimo e anche la calca dei turisti, presente quasi ovunque qui a Vienna, sembra per un attimo fermarsi e concentrarsi solo sull’ascensore che porta in cima alla cupola. La ricchezza delle decorazioni dorate mantiene una certa compostezza e non diviene mai eccessiva e le statue e i dipinti non hanno la dolorosa teatralità del barocco spagnolo, con le sue Madonne sofferenti e i suoi Cristi sanguinanti e deturpati. L’unica concessione all’idea shakespeariana che all the world’s a stage, così diffusa nel Seicento e nel primo Settecento, sono due strutture simili ai palchetti di un teatro accanto all’altare. Mi siedo a metà della chiesa. Tutto è proteso verso l’alto, verso la cupola, verso un cielo che sembra davvero in questa mattina di gennaio potersi ricordare dei suoi servi disobbedienti/alle leggi del branco. Hölderlin e le sue divinità fuggite dal mondo e indifferenti al destino umano sembrano vivere lontano da qui.

La transizione verso la fine dell’Ottocento è data dalla stazione della metropolitana e dal caffé Jugendstil di Otto Wagner, a metà piazza. Abbandonati nella neve di questo inverno viennese e chiusi per sempre o fino all’estate – il cartello sulla porta non lo specifica – sembrano attendere il ritorno di una sera fumosa di inizio secolo, con le donne e gli uomini silenziosi nei loro vestiti buoni a inseguire i loro sogni di rivoluzione o l’ombra di Lenin di ritorno dal Café Central, quando il futuro sembrava aprirsi oltre le luci del Canale del Danubio, al centro dell’Innere Stadt. Forse anche Trozkij è passato da qui, durante il suo soggiorno viennese e forse anche Beethoven, Mozart, molti anni prima, quando la stazione non esisteva e vi era solo la Karlskirche in fondo alla piazza. Vienna sembra attendere i suoi morti, nostalgica custode di un passato svanito.

Dentro la Secessione, rimango a lungo a scrutare il Fregio di Beethoven di Klimt, le sue donne sensuali e deformate, l’enorme scimmia che incombe su tutto come gli echi di guerra nell’Ode al vento occidentale di Shelley o come le inquietudini di Fridolin e Albertine in Doppio sogno. Era la Vienna che fuggiva dai rigidi genitori asburgici, in cui Schnitzler fece il medico fino al giorno della morte del padre pur desiderando dedicarsi al teatro, in cui ognuno indossava la sua eliotiana faccia per incontrare le facce che incontri sotto cui si celavano desideri di fuga e di libertà. Era la Vienna in cui Freud parlava della necessaria conflittualità con il soffocante dover essere dei padri, in cui ognuno ricopriva il ruolo assegnato pur immaginando di essere altrove, attore necessario di un inutile spettacolo sospeso sull’abisso. La guerra avrebbe distrutto ogni finzione, portato alla luce l’inconsistenza della retorica dei padri e costretto i figli ad annientare i propri sogni in un conflitto inutile. Forse l’inquietudine dei quadri di Klimt parla di questo. Della consapevolezza di essere guidati dai propri padri verso il baratro senza poter fare niente per impedirlo e del tentativo dunque di affermare in qualche modo la propria autonomia, la propria libertà, rivendicare perlomeno nell’arte quel desiderio di emancipazione che il rigido conservatorismo asburgico non consentiva.

Ma, in fondo, forse l’inquietudine raccontata da Klimt parla di ogni epoca, parla di chi, nel disorientamento di tempi inquieti in cui il silenzio di Dio diviene quasi insostenibile, cerca di sognare, di leggere poesie, di viaggiare per scoprire un angolo di mondo in cui, tempo fa, Beethoven scriveva la Settima Sinfonia omaggiando il dionisiaco nella danza e Schubert immergeva i suoi quartetti nella malinconia dell’inverno viennese. Di chi cerca, in definitiva, di rivendicare la propria singolarità. Quando esco, nevica ancora. Mentre mi allontano nella piazza, mi trovo a canticchiare l’inizio dell’Incompiuta. Mi sorprendo a pensare che parli proprio di questa neve.

Il porto delle illusioni – Appunti sul Ring

Il museo di storia naturale in Marie-Theresien-Platz

Le illusioni dell’Impero giacciono lungo il Ring. Qui i residui di grandezza di quella che fu la capitale della Mitteleuropa sembrano avvolti da un velo di nostalgia, da quella malinconia che pervade le opere di Zweig e di Werfel, di coloro che si trovarono improvvisamente gettati dalla tranquillizzante immobilità dell’Austria felix nella corsa precipitosa verso l’abisso del Novecento. Su questa strada muore l’Ottocento, muore la solare consapevolezza di poter raccontare il mondo in modo unitario e i due imponenti musei affacciati su Marie-Theresien-Platz, la Staatsoper con le sue statue dal sapore neoclassico e la Hofburg ricordano la vecchia canzone intonata da Ochs nel Rosenkavalier di Richard Strauss e Hofmannstahl e ispirata al valzer Dynamiden di Josef Strauss, obsoleti retaggi del mondo di ieri. E in effetti queste strade sembrano risuonare del rimpianto del barone Ochs per quel mondo perduto della sua giovinezza in cui si cantava Mit mir, mit mir keine/Kammer dir zu klein, della malinconia della Marescialla che vede l’amato Octavian abbandonarla per Sophie. Così sono tutte le cose del mondo/cui non arriviamo a prestar fede/solo chi le vive ci crede e non sa come dice la Marescialla alla fine del Cavaliere della Rosa e forse esprime bene lo spaesamento che si respira in queste strade, il senso di perdita di un significato, di una funzione, di un ruolo. Nulla, qui, ha più senso, Vienna, un tempo centro del mondo è divenuta atomo periferico della storia. Quel luogo in cui, per citare quel passaggio di Werfel riportato da Magris, si era creduto di poter creare un capitalismo diverso dalla corsa al profitto inglese, in cui gli uomini non vivessero per lavorare ma lavorassero per vivere, per ottenere quanto necessario per dedicarsi a ciò che amavano, si crogiola nel ricordo del suo suicidio il giorno dell’ultimatum alla Serbia.

Quando cala la notte, tutto sembra infine tornare. Le ombre si allungano sulla razionalità degli edifici ottocenteschi e sembrano evocare la città spettrale entro cui si muove Fridolin ossessionato dalle fantasie di tradimento di Albertine, sembrano risuonare della musica da strada che invade le rigide architetture della sinfonia nei brani di Mahler, sembrano popolarsi delle figure sensuali e distorte di Klimt, dei fantasmi della libertà evocati da Freud sotto la rigida rispettabilità borghese dei cappelli a cilindro. La città era corrosa già da tempo, l’unità dell’impero asburgico minata da rivolte e rivendicazioni etniche dall’inizio dell’Ottocento e il racconto imperiale, solare e unitario dei palazzi sul Ring non era nient’altro che l’ultimo tentativo reazionario di ancorarsi a un mondo svanito forse già dopo la morte di Maria Teresa. Non vi era né grandezza né razionalità né la rivendicazione di chissà quali valori universali negli ultimi giorni di regno di Francesco Giuseppe, solo una società borghese ingiusta e conflittuale non particolarmente dissimile da quelle degli altri paesi europei. La nostalgia che mi pervade mentre attraverso queste strade è dunque qualcosa di più sottile del rimpianto per un tempo in cui si riteneva abituale che l’uomo non si identificasse con il proprio lavoro e in cui Billroth, oltre ad essere il chirurgo più celebre di Vienna, poteva essere un virtuoso in vari strumenti musicali e amico di Brahms, per un tempo in cui si poteva viaggiare da Trieste a Budapest senza incontrare frontiere. È l’illusione della possibilità di un luogo in cui essere infine pacificati, di un luogo in cui le asperità del tempo svaniscano come nei giorni dell’infanzia, in cui tutto abbia senso e non vi sia niente da interpretare, tutto sia chiaro e univoco. È il desiderio di tornare a un porto mai esistito, al porto in cui le nostre inquietudini trovino pace e il rumore del mondo resti infine distante, in cui sentirsi infine protetti. Ma il porto delle illusioni di cui parla Ciampi in quella canzone non è mai stato qui e le nostre chimere non hanno mai avuto la possibilità di realizzarsi.

Ho trovato
una nave che salpava
ed ho chiesto dove andava
“Nel porto delle illusioni”
mi disse quel capitano.
Terra terra
forse cerco una chimera
questa sera, eterna sera.

(P.Ciampi, Livorno)

Le cose sognate e ora viste – appunti dal Musikverein

Vienna, 3 gennaio 2020

La sala d'oro del Musikverein di Vienna
La sala d’oro del Musikverein di Vienna

Vienna mi deve un guanto e una sciarpa, persi nel tentativo di trovare il guardaroba giusto alla Staatsoper prima di vedere il Fledermaus. Io le devo i miei sogni di bambino e forse siamo pari così, perché se ho iniziato a suonare è stato anche perché a ogni volgere dell’anno mamma accendeva la televisione sul concerto di Capodanno al Musikverein e con mio padre pianificavamo di andarci, un giorno, prima o poi – avremmo preso un treno e avremmo passato la notte di Capodanno a Vienna, poi al mattino avremmo cercato di ottenere i posti in piedi per il concerto. Facevamo molti progetti, in quegli anni, io e mio padre, molti viaggi che venivano immaginati, percorsi e poi riposti in un angolo della memoria fino all’occasione successiva. Credo di aver acquisito in quelle sere di racconti e programmi la mia inquietudine, la mia tendenza a riconoscermi nelle Venusinas di Ferrer, in quelle donne silenziose, tristi e strane inventrici del tango e della nostalgia.

Eppure oggi è il 3 gennaio e sono qui, nella Sala d’Oro del Musikverein. La Tonkünstler Orchestra suona un programma largamente permeato dalla tradizione dell’operetta e della musica da ballo viennese, tra Suppé e il solito Strauss e mentre i musicisti intonano la parte vocale della Bauern Polka di Johann Strauss mi rendo conto di aver passato buona parte della mia adolescenza a suonare musica come questa – arrivava il primo gennaio e preparavamo qualcosa di Strauss per il concerto tradizionale al vecchio Teatro Comunale, poi in primavera non era raro presentarsi in concerto con musica da ballo viennese, dato che il pubblico generalmente apprezzava e non erano brani eccessivamente complessi da interpretare per musicisti spesso in media quattordicenni o quindicenni. Intorno a quei concerti scorreva la vita, scorrevano i pomeriggi fuori dalla scuola a parlare dei viaggi da fare dopo la maturità, scorreva la scoperta di García Marquez, di Dostoevskij, di Stendhal, scorrevano le parole di quella canzone di Guccini di cui adesso comprendo il significato, ma che all’epoca mi limitavo ad apprezzare e a cantare che parlavano dei nostri miti morti ormai/la scoperta di Hemingway/le cose sognate e ora viste. E dunque in questa sala, mentre l’orchestra suona e saluta l’anno con i frammenti di un mondo perduto, di quell’Austria Felix imperial-regia che alla fine dell’Ottocento si avviava verso la sua scomparsa danzando ed indagando nell’arte e nella psicoterapia le radici delle sue inquietudini, ritrovo l’ombra di ciò che sono stato e che per molto tempo avevo dimenticato. Ritrovo il bambino che giocava, davanti alla televisione, a dirigere il concerto di Capodanno dietro le spalle di Mehta, ritrovo l’adolescente che una notte a Ischia si lasciò convincere dalla fagottista dell’orchestra a finire di leggere Cent’anni di solitudine perché fidati, ne vale la pena, è bellissimo. Ritrovo le mattine di Capodanno, il cappotto nero, il palco del Comunale ormai svanito dopo la costruzione del Teatro del Maggio come l’impero multiculturale di Francesco Giuseppe, mia madre, mio padre e mio nonno ad attendermi di fronte all’ingresso di Corso Italia. Non avevo più memoria di tutto questo. Eppure tutto riaffiora, in questo pomeriggio viennese, mentre ascolto Strauss e Suppé nella Sala d’Oro del Musikverein. E forse devo anche questo a questa città.